LA MIA AFRICA (1985) [•••]

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COMMENTO:  Ispirato all’omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen e vincitore di 7 premi Oscar, “La mia Africa” riesce a conciliare il racconto intimista di una donna, una bravissima Meryl Streep, che si trova a dover affrontare una vita non priva di difficoltà in una terra lontana e molto diversa da quella a cui era abituata, e tematiche molto più ampie legate alla Storia, alla guerra, ai rapporti fra popolazioni autoctone e coloni, alle differenze culturali. Romanzato quanto basta ma di sicuro effetto. Indimenticabile colonna sonora di John Barry. Da rivedere.

 

AVE, CESARE! (2016) [•1/2]

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COMMENTO: Incredibile passo falso nella carriera dei fratelli Coen, questo “Ave, Cesare!” è un’accozzaglia di personaggi, situazioni, dialoghi che avrebbero dovuto (nelle intenzioni) essere comici ed esilaranti ma che purtroppo non riescono quasi mai nemmeno a far sorridere. Sembra quasi un film per la TV della domenica pomeriggio. Si salva quasi solo la divertente scenetta (peraltro utilizzata anche nel trailer) che ha come protagonista Ralph Fiennes, regista affermato, che prova (senza riuscirci) ad insegnare la corretta pronuncia di una battuta allo scarso attore protagonista del film che sta girando. Da dimenticare.

 

YAKUZA (1975) [••••]

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COMMENTO: Capolavoro misconosciuto di Sidney Pollack, che nello stesso anno realizza il ben più fortunato “I tre giorni del condor”, è uno dei più interessanti e riusciti neo-noir americani dell’epoca, impreziosito da una sceneggiatura intelligente (opera di Paul Schrader e Robert Towne, su soggetto di Leonard Schrader), dall’elegante colonna sonora di Dave Grusin e dalla presenza scenica di due vere e proprie icone del cinema USA e nipponico: Robert Mitchum e Takakura Ken. Un vero gioiello da recuperare!

CONSIGLIO: Come ogni film che presenta aspetti di multi-culturalità, vederlo in lingua originale non è solo consigliabile, è d’obbligo. Anche solo per sentire Mitchum che parla in giapponese! ^_^

Jackie Brown (1997) [•••1/2]

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COMMENTO: Forse il meno conosciuto fra i film di Tarantino ma anche uno dei più belli e profondi. Il tipico stile che lo contraddistingue c’è e si vede ma non diventa predominante rispetto alla storia e alle relazioni fra i personaggi. Tutti gli attori sono in parte e funzionano alla grande, soprattutto l’inedita coppia Forster/Grier che dona al film quell’aria crepuscolare da film noir che eleva Jackie Brown di un gradino sopra il solito divertissement a cui QT ci ha (piacevolmente) abituato.

CURIOSITA’Pam Grier è stata, negli anni ’70, l’icona della blaxploitation (genere a cui JB in parte si ispira) nonché la protagonista di uno dei suoi capisaldi: Foxy Brown.

The Breakfast Club (1985) [••1/2]

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COMMENTO: Film generazionale, noto più in USA che in Italia, che ha portato al successo il regista John Hughes e lanciato la carriera di alcuni degli attori del cosiddetto “Brat Pack“. Ingenuo e un po’ sopra le righe (specie nella caratterizzazione dei personaggi) ma ancora molto godibile.   Invecchiato forse non benissimo ma una spanna sopra la media delle commedie giovanilistiche tipiche di metà anni ’80.

CURIOSITA’: Il famoso brano Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds è stato scritto apposta per il film.

E’ colpa di Lawrence Kasdan

Ho finalmente trovato il colpevole.
Si chiama Lawrence Kasdan ed è un vecchio regista e sceneggiatore di Hollywood.

Di cosa è accusato? E perché proprio lui?
Iniziamo dal principio.

Parlare del nuovo episodio di Star Wars è la moda del momento.
L’epopea cinematografica nata dalla mente di George Lucas ha creato in quasi 40 anni dall’uscita del capostipite (Guerre Stellari, aka Episodio IV, aka Una Nuova Speranza) tre fazioni ben distinte e ugualmente agguerrite. Ci sono i fans che si sono sentiti traditi e che considerano il nuovo film una delusione se non proprio un disastro (d’altronde anche allo stesso Lucas non è piaciuto, quindi…). Poi i fans che hanno preso la nuova opera come una boccata d’aria fresca e un ritorno alle atmosfere della vecchia trilogia (in grado finalmente di far dimenticare gli imbarazzanti prequel). E ovviamente tutti coloro a cui di Jedi, mostriciattoli, spade laser e pianeti esplosi non è mai fregato nulla (e che cominciano, giustamente, a stancarsi del merchandising folle in
atto negli ultimi mesi).

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Tralasciamo quest’ultimo gruppo e concentriamoci sulle prime due fazioni e sulle loro motivazioni.

Chi non lo ha amato si aspettava un film completamente differente. Originale, con personaggi e situazioni nuove. Anche a costo di sembrare (o essere) un film imperfetto, foss’anche brutto. Ma che si approcciasse all’universo di Star Wars con uno spirito diverso. A questa fazione non è piaciuto il quasi reboot/remake della pellicola originale del 1977, non sono piaciute le presenze di alcuni dei vecchi attori (Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill), non è andato a genio il totale e definitivo distacco del film verso i prequel girati da Lucas fra il 1999 e il 2005, e hanno criticato pesantemente il nuovo “cattivo”, il famigerato Kylo Ren: poca personalità, poca cattiveria, scarso fisique du role.

Chi lo ha apprezzato, invece, ha gioito nel rivedere le stesse atmosfere dei film con cui è cresciuto. Ha finalmente ritrovato l’emozione e il pathos della vecchia trilogia, ha apprezzato i personaggi nuovi e come si sono interfacciati con le vecchie glorie dei film di 30 anni fa (ed è scesa una lacrimuccia nel vedere di nuovo sullo schermo Ford, Fisher e Hamill), ha spalancato gli occhi alle meravigliose scene d’azione, ha apprezzato i tentativi di aggiornamento della sceneggiatura (la protagonista è una ragazza che sa cavarsela da sola, Finn è un trooper che “tradisce” i suoi per una questione di coscienza e il cattivo non è a tutto tondo ma ha dentro di sé un conflitto interiore che lo rende vulnerabile).

A cosa si deve tanta diversità di opinioni? Credo che la colpa sia da imputare a ciò che sta alla base di un film, la vera “forza” che manovra i personaggi e le azioni: la sceneggiatura.
E qui torniamo al ruolo di Kasdan nella nuova trilogia.

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C’è chi valuta un film esclusivamente dalla percentuale di originalità insita nella storia, nei dialoghi, nei personaggi. Anche a discapito della buona riuscita nel suo complesso. Il film è girato magnificamente? Gli attori recitano bene e sono in parte? L’azione è concitata ma mai fracassona? Ok, sì… però la sceneggiatura manca di originalità, non porta nulla di nuovo e ripete schemi già visti. In una parola: delusione (molto meglio quindi la trilogia prequel che, era sì imbarazzante e in certe scene al limite dell’amatoriale, ma trasudava voglia di nuovo e di cinema alternativo/sperimentale? Uhm…)

Io ho una diversa idea di cosa dovrebbe essere una buona sceneggiatura.
Prima di tutto deve funzionare. Deve cioè riuscire nel suo intento di raccontare una storia. Deve contenere dialoghi funzionali al proseguio dell’azione, costruire personaggi credibili e creare una certa sintonia col pubblico. L’eventuale pizzico di originalità è gradito ma non fa parte degli ingredienti base della ricetta. Pensiamo ai film di Tarantino. O a Sergio Leone che “adatta” a modo suo il jidaigeki di Kurosawa (Yojimbo). O al cinema di Walter Hill, di Carpenter, di De Palma, di Jonathan Demme: non a caso autori che amo tantissimo. Pur essendo consapevole che non hanno inventato nulla, il loro valore sta nell’essere stati capaci di rimaneggiare con intelligenza materiali, storie, personaggi.

Lawrence Kasdan è un artigiano del cinema, regista di alcuni grandi film della Hollywood degli anni ’80 come “Brivido Caldo“, “Il Grande Freddo“, “Silverado“e sceneggiatore de “I predatori dell’arca perduta“, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi“. Non è un genio/sperimentatore come George Lucas, ma (al contrario del padre di SW) conosce perfettamente i meccanismi del funzionamento di una buona sceneggiatura e non a caso viene richiamato nel cast tecnico da J.J. Abrams per questo primo episodio della nuova trilogia.

Ben tornato Kasdan. Colpevole sì, ma di aver risvegliato la forza in tutti noi!

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#I ragazzi della 56ª strada

600full-the-outsiders-posterCoppola, dopo l’epopea de Il Padrino e il travagliato parto del capolavoro Apocalipse Now, decide di prendersi un periodo di “pausa” portando sullo schermo due opere letterarie di S. E. Hinton. Si tratta di “The Outsiders” (I ragazzi della 56ª strada) e “Rumble Fish” (Rusty il selvaggio), datati entrambi 1983.

Parliamo del primo film di questo dittico sulla gioventù ribelle degli anni 60.
Difficile trovare un film che contiene nel cast così tante future star del cinema: da Matt Dillon a Patrick Swayze, da Tom Cruise a Ralph Macchio, da Rob Lowe a Diane Lane. E poi c’è il protagonista, il narratore, un giovane C. Thomas Howell reduce da E.T. di Spielberg e che negli anni successivi non riuscirà quasi mai più a tornare protagonista, se si esclude il bel thriller on the road “The Hitcher”.

Coppola non è solo bravo nella direzione degli attori, tutti assolutamente credibili e perfettamente in parte (basta guardare QUI e QUI per vedere la meticolosità delle audizioni per trovare i giusti interpreti), ma anche nel ricreare un’ambientazione e un’atmosfera allo stesso tempo realistica (le risse fra band rivali hanno il colore del sangue, i rapporti umani sono talmente tesi che si possono tagliare con un coltello) e sognante (un mix di ingenuità adolescenziale e speranza in un futuro migliore).

L’edizione “director’s cut” migliora di parecchio l’originale inserendo scene tutt’altro che secondarie, una su tutte quella in cui Rob Lowe si sfoga con i “fratelli” Patrick Swayze e C. Thomas Howell, esplicitando i suoi sentimenti e rendendo così più unito il loro poco convenzionale nucleo famigliare.

Colonna sonora di Carmine Coppola (papà di Francis Ford) e canzone originale di Stevie Wonder (la struggente “Stay Gold”). Da recuperare!

#Mezzanotte nel giardino del bene e del male

Quando rivedi un film dopo molto tempo, hai sempre un po’ di paura. Che il buon giudizio dato ai tempi sia sostituito da commenti negativi o, peggio ancora, sbadigli. I film invecchiano male, è un dato di fatto. Non tutti, certo, ma la percentuale è pericolosamente alta.

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Mezzanotte nel giardino del bene e del male è uno dei film meno conosciuti e forse meno apprezzati di Eastwood.
Paradossalmente si colloca al centro di uno dei periodi d’oro per il regista/attore americano, perfettamente a metà fra l’apoteosi critica e di pubblico de “Gli Spietati”, meraviglioso western crepuscolare del 1993, e il successo di film come Mystic River (2004) e A Million Dollar Baby (2005).

Il motivo di tale insuccesso (di pubblico ma anche, in parte, di critica) è probabilmente solo da imputare al fatto che non sembra un film di Clint Eastwood. Potrebbe essere diretto da Robert Altman, da Woody Allen oppure da David Mamet. Ma non certo da Eastwood! E’ pieno zeppo di dialoghi, di personaggi strani e accattivanti, di umorismo, di mistero e di morte. Il che lo rende un ottimo film, uno dei suoi migliori. Ma questo cambio di stile ha probabilmente spiazzato i più rendendolo meno appetibile di altre sue opere.

Ambientato a Savannah, in Georgia, racconta le peripezie di un giornalista (John Cusack, in un ruolo che gli calza a pennello) inviato a scrivere un articolo sulla festa di Natale organizzata dal miliardario Jim Williams (il sempre sottilmente inquietante Kevin Spacey). Sotto l’albero troverà ipocrisie, stregonerie e un morto. E il suo articolo di “costume” si trasformerà in un’indagine di cronaca nera che lo coinvolgerà in prima persona.

Punti di forza: una sceneggiatura ben scritta con dialoghi intelligenti e sagaci, un’ambientazione diversa dal solito e l’irresistibile presenza scenica della drag queen Lady Chablis.

Assolutamente da recuperare.

 

 

 

#Passaggio in India

L’ultimo film di David Lean, maestro del cinema britannico, è un’opera strana.
Inizia come un viaggio di formazione e conoscenza di una cultura altra, prosegue come una critica (a volte tragicomica) al colonialismo britannico, per poi trasformarsi in una specie di “discesa verso gli inferi” del protagonista indiano scatenata da un episodio alquanto misterioso e volutamente non del tutto chiarito.

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Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese E.M. Forster, Passaggio in India è un originale commistione di cinema classico (centinaia di comparse, paesaggi esotici, colonna sonora epica) e di introspezione psicologica con elementi quasi sovrannaturali (la mente va immediatamente al capolavoro di Peter Weir “Picnic at Hanging Rock”).

Una incomprensibile fretta di chiudere il cerchio (nonostante le quasi 3 ore di durata) e alcuni personaggi troppo poco approfonditi (è un peccato vedere Alec Guinness sprecato in un ruolo che non gli si addice particolarmente) non lo rendono un capolavoro, forse.

Detto questo, certi dialoghi, certe scene (l’incontro notturno fra il dottore e Mrs.Moore, il premio Oscar Peggy Ashcroft, l’incauto viaggio in bicicletta di Judy Davis, il “picnic” alle grotte) e soprattutto quell’inconsueta atmosfera fatta di esotismo, sensualità e mistero, rimangono impressi nella mente degli spettatori parecchi giorni dopo la visione.

Colonna sonora di Maurice Jarre premiata con l’Oscar.

 

#Midnight Special

In pieno hype da Star Wars, ecco che un altro film fantascientifico (seppur diametralmente opposto, per budget e idea cinematografica) attira prepotentemente la mia attenzione.
Sembra un po’ Carpenter, un po’ Cronenberg, un po’ Shyamalan.
E’ il nuovo film del regista di Take Shelter, Jeff Nichols.
Con Michael Shannon, Kirsten Dunst, Adam Driver e Sam Shepard.

Ecco il trailer: