su_Shutter Island

Martin Scorsese è il cinema.

Il suo egregio lavoro di regista, autore, produttore, storico del cinema nonché il “recente” ruolo di restauratore di alcune fra le più prestigiose  pellicole del glorioso passato di molte nazioni (Italia compresa) non lascia adito a dubbi. E’ e resterà sempre una delle più importanti figure del cinema degli ultimi 40 anni.

Detto questo, però, è inevitabile ricordare che da qualche anno a questa parte il talento che in passato ha generato film come Taxi Driver, Toro scatenato, Fuori Orario, l’Età dell’innocenza(solo per citarne alcuni, fra i miei preferiti) ha decisamente perso smalto.

Le ultime due sue opere, soprattutto, portano secondo me a compimento l’inesorabile processo di decomposizione delle capacità registiche del nostro. Sia ben chiaro, il talento c’è e rimane. E uno Scorsese di serie C è sempre meglio di un qualsiasi blockbuster scappa&spara. Però…

The Departed, nonostante gli Oscar vinti, non ha minimamente la forza di capolavori comeQuei bravi ragazziCasinò, e ricicla malamente (il film è una specie di copia carbone dell’originale hongkonghese) una storia già ottimamente adattata per il grande schermo da Alan Mak e Andrew Lau in Infernal Affairs (vedere per credere!).

shutter-island-posterMa ciò che mi ha colpito e affondato è stata la visione di Shutter Island. Spacciato per un ritorno in grande stile del regista americano, questo thriller psicologico carcerario sulla carta era anche abbastanza accattivante: ambientato negli anni ‘50, la storia narra di un poliziotto federale alle prese con la scomparsa di un’assassina-malata di mente inspiegabilmente evasa da un manicomio criminale situato su un’isola sperduta.

Ora, sul web si trovano decine di recensioni entusiastiche sul film, quindi per le cose positive potete pure fare riferimento a loro… pure io le ho notate, lungi da me stroncare il film in toto. La fotografia e la musica sono da manuale, alcuni personaggi sono azzeccati, la regia è spesso originale e non mancano momenti di poesia visiva. Ma è altresì vero che il film è pieno di buchi, la sceneggiatura è un colabrodo e non basta giocare la carta dell’onirico per giustificare automaticamente errori e discrepanze. Per non parlare del montaggio. Non so di chi sia la colpa, se di Scorsese che ha portato a casa del materiale scadente o della Schoonmaker (la montatrice feticcia di Scorsese, più volte premio Oscar) che incomincia a perdere colpi ma qui siamo di fronte ad una caterva di errori grossolani che non ti aspetteresti nemmeno da uno studente di cinema del primo anno. Raccordi di sguardo e di movimento sbagliati, stacchi di montaggio che si accavallano, un dialogo di due minuti con un personaggio che in campo si gratta la testa e nel controcampo no… insomma, cose mai viste! Sul web ne hanno calcolati circa 40 di questi errori… che, volenti o nolenti, inficiano parecchio la riuscita di un film che dovrebbe tenerti in tensione continua ma che fra strafalcioni, inquadrature sbagliate, scene al limite del ridicolo involontario e una recitazione non proprio eccezionale (Di Caprio, oltre a funzionare poco come scafato agente federale, ha un’unica espressione per tutto il film ed è la stessa dei suoi ultimi 3 lavori con Scorsese… quindi ripensandoci la colpa non è forse tutta sua) perde inevitabilmente un certo appeal.

Tant’è che Shutter Island mi è sembrato un incredibile passo falso nella carrieria di Scorsese. Troppo grosso però da non preoccuparmi seriamente per la tenuta artistica di, se non si era capito, uno dei miei registi preferiti.

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