su_Moon


E’ davvero possibile realizzare un film intenso, coinvolgente e a tratti persino inquietante avendo a disposizione un unico protagonista ed un’unica location?

La risposta è sì. Se poi questo “miracolo” viene realizzato da un regista al suo esordio, la cosa ha dell’incredibile. Eppure MOON, primo film di Duncan Jones, è qui a dimostrarlo.

Lo spunto di partenza è presto detto. Un astronauta vive ormai da quasi tre anni all’interno di una stazione spaziale collocata sulla Luna. Il suo lavoro è quello di controllare che le operazioni di estrazione di energia (necessaria per sfamare le esigenze planetarie terrestri) non abbiano intoppi e che tutto proceda per il meglio. A coadiuvare Sam Bell (interpretato da un  Sam Rockwell perfettamente e dolorosamente in parte, il quale pare sia stato l’ispiratore del protagonista fin già dalla fase di pre-produzione), unica presenza umana in territorio extraterrestre, c’è un robot di nome GERTY, capace di “parlare” e di trasmettere alcune semplici emozioni per mezzo di uno schermino nel quale appare il classico smile di colore giallo: unico stacco colorato rispetto alla grigia routine nel quale è stato catapultato ormai da troppo tempo.

Sam Bell è fisicamente e psicologicamente provato ma ha gli occhi lucidi perché, dopo anni di ricordi sempre più offuscati ma virtualmente rinvigoriti da video-messaggi trasmessi in differita dalla giovane moglie e dalla figlioletta, è sul punto di tornare a casa. La sua missione è quasi conclusa. Due settimane… solo due settimane e poi potrà tornare finalmente con i piedi sulla Terra e riabbracciare i suoi cari.

Questo l’incipit. Oltre non posso spingermi per non rivelare l’interessante e sconvolgente sviluppo della trama. Ciò che mi preme invece rimarcare è che il regista è stato in grado di assimilare e successivamente di trasporre per immagini la migliore fantascienza, quella cioè che non parla di combattimenti fra alieni o di battaglie per la Terra fini a sé stessi, ma quella che porta le inquietudini umane in un contesto non-umano conducendo il protagonista (e quindi lo spettatore) sulla strada impervia del confronto con temi universali, obbligandolo ad aprirsi all’imprevisto privo di qualsiasi àncora di salvataggio.

E se questo non è un gran risultato…

  • Nota di merito anche alle musiche, composte da Clint Mansell (collaboratore fisso di Aronofsky), e alla scelta di non delegare alle tecnologie digitali/3D di ultima generazione la creazione dell’immaginario lunare, realizzato invece (utilizzando i classici modellini) da specialisti e designer che avevano già portato sullo schermo opere di fantascienza intelligente quali Alien, 2002: la seconda odissea e Atmosfera Zero.
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Un pensiero su “su_Moon

  1. Piaciuto molto anche a me questo Moon. Davvero un degno rappresentante della fantascienza più “impegnata”, con inevitabili eco da 2001 e Solaris.

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