and the winner will be…

The Academy Awards® predictions (2 days before):

Actor in a Leading Role

  • Javier Bardem in “Biutiful”
  • Jeff Bridges in “True Grit”
  • Jesse Eisenberg in “The Social Network”
  • COLIN FIRTH in “The King’s Speech”
  • James Franco in “127 Hours”

Actor in a Supporting Role

  • CHRISTIAN BALE in “The Fighter”
  • John Hawkes in “Winter’s Bone”
  • Jeremy Renner in “The Town”
  • Mark Ruffalo in “The Kids Are All Right”
  • Geoffrey Rush in “The King’s Speech”

Actress in a Leading Role

  • Annette Bening in “The Kids Are All Right”
  • Nicole Kidman in “Rabbit Hole”
  • Jennifer Lawrence in “Winter’s Bone”
  • NATALIE PORTMAN in “Black Swan”
  • Michelle Williams in “Blue Valentine”

Actress in a Supporting Role

  • Amy Adams in “The Fighter”
  • Helena Bonham Carter in “The King’s Speech”
  • Melissa Leo in “The Fighter”
  • Hailee Steinfeld in “True Grit”
  • JACKIE WEAVER in “Animal Kingdom”

Animated Feature Film

  • “HOW TO TRAIN YOUR DRAGON” Chris Sanders and Dean DeBlois
  • The Illusionist Sylvain Chomet
  • Toy Story 3 Lee Unkrich

Cinematography

  • Black Swan Matthew Libatique
  • InceptionWally Pfister
  • The King’s Speech Danny Cohen
  • The Social NetworkJeff Cronenweth
  • “TRUE GRIT” Roger Deakins

Directing

  • “BLACK SWAN” Darren Aronofsky
  • The Fighter David O. Russell
  • The King’s Speech Tom Hooper
  • The Social Network David Fincher
  • True GritJoel Coen and Ethan Coen

Film Editing

  • “BLACK SWAN” Andrew Weisblum
  • The Fighter Pamela Martin
  • The King’s Speech Tariq Anwar
  • 127 Hours Jon Harris
  • The Social NetworkAngus Wall and Kirk Baxter

Foreign Language Film

  • Biutiful Mexico
  • Dogtooth Greece
  • In a Better World Denmark
  • “INCENDIES” Canada
  • Outside the Law (Hors-la-loi) Algeria

Music (Original Score)

  • How to Train Your Dragon John Powell
  • “INCEPTION” Hans Zimmer
  • The King’s Speech Alexandre Desplat
  • 127 HoursA.R. Rahman
  • The Social Network Trent Reznor and Atticus Ross

Best Picture

  • Black Swan Mike Medavoy, Brian Oliver and Scott Franklin, Producers
  • The Fighter David Hoberman, Todd Lieberman and Mark Wahlberg, Producers
  • Inception Emma Thomas and Christopher Nolan, Producers
  • The Kids Are All Right Gary Gilbert, Jeffrey Levy-Hinte and Celine Rattray, Producers
  • The King’s Speech Iain Canning, Emile Sherman and Gareth Unwin, Producers
  • 127 Hours Christian Colson, Danny Boyle and John Smithson, Producers
  • “THE SOCIAL NETWORK” Scott Rudin, Dana Brunetti, Michael De Luca and Ceán Chaffin, Producers
  • Toy Story 3 Darla K. Anderson, Producer
  • True Grit Scott Rudin, Ethan Coen and Joel Coen, Producers
  • Winter’s BoneAnne Rosellini and Alix Madigan-Yorkin, Producers

Writing (Adapted Screenplay)

  • 127 HoursScreenplay by Danny Boyle & Simon Beaufoy
  • The Social Network Screenplay by Aaron Sorkin
  • Toy Story 3 Screenplay by Michael Arndt; Story by John Lasseter, Andrew Stanton and Lee Unkrich
  • True GritWritten for the screen by Joel Coen & Ethan Coen
  • “WINTER’S BONE” Adapted for the screen by Debra Granik & Anne Rosellini

Writing (Original Screenplay)

  • Another Year Written by Mike Leigh
  • The Fighter Screenplay by Scott Silver and Paul Tamasy & Eric Johnson;
    Story by Keith Dorrington & Paul Tamasy & Eric Johnson
  • Inception” Written by Christopher Nolan
  • The Kids Are All Right” Written by Lisa Cholodenko & Stuart Blumberg
  • “THE KING’S SPEECH” Screenplay by David Seidler


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su_Black Swan

Sconvolgente. Questo è stato il primo commento* che sono riuscito a pronunciare subito dopo la comparsa dei titoli di coda dell’ultimo film di Darren Aronofsky.

Premetto due cose. La prima è che sono probabilmente l’ultimo dei cineblogger che ha visto la pellicola in questione, dal momento che sono parecchi giorni che praticamente tutti parlano di Black Swan, dei suoi pregi e dei suoi difetti. Inoltre molti di loro avevano già visto il film a Venezia. La seconda è che sono anche l’ultimo che ne può/sa parlare con cognizione di causa. Ho letto molte ottime recensioni, una delle quali esprime efficacemente anche la mia opinione e quindi la voglio condividere con voi (non me ne vogliano gli altri blogger, sarà per la prossima volta! :p)

Ecco quindi Black Swan visto dal blog di C’era una volta il cinema.

Detto questo, alcuni commenti sparsi sono comunque d’obbligo. Erano anni che non uscivo dal cinema così stravolto, fisicamente ed emozionalmente. Pochi film mi hanno lasciato sotto pelle una carica di adrenalina tale da far fatica a prendere sonno. Mi vengono in mente le serate passate a disquisire su Eyes Wide Shut oppure su La sottile linea rossa. E, come nei casi appena citati, anche in questo partivo da enormi aspettative, essendo il “genere” trattato da Aronofsky uno dei miei preferiti: un thriller psicologico che si tramuta gradualmente ed inesorabilmente in horror puro.

Mentre lo guardavo mi tornavano alla mente alcuni film che, con Black Swan, hanno più di una cosa in comune. Impossibile non confrontare la fragilità di Natalie Portman a quella di Mia Farrow in Rosemary’s Baby. Ma tutta la trilogia del male di Polanski trova punti di raccordo con il recente capolavoro di Aronofsky: non è questa una discesa verso gli inferi degna della Denauve di Repulsion o dello stesso Polanski ne L’inquilino del terzo piano? E il continuo rimando al doppio, agli specchi, all’immagine riflessa, alle allucinazioni sensoriali (visive e uditive) non può non riportare alla mente quel gioiello che è Perfect Blue, thriller d’animazione ed esordio alla regia di Satoshi Kon.

Ciò che colpisce però è che, nonostante tutto questo sapore di “già visto”, Aronofsky riesce miracolosamente ad evitare le citazioni, gli ammiccamenti, gli omaggi per dedicarsi anima e corpo a raccontare la storia di questo percorso autodistruttivo. E lo fa con una precisione chirurgica, da un parte togliendo  il superfluo e dall’altra caricando all’inverosimile la percezione che Nina, la protagonista (il ruolo della vita per Natalie Portman, che sembra nata per recitare questa parte), ha di ciò che le sta attorno. E questo disagio che piano piano si insinua sotto pelle non è reso solo narrativamente ma anche visivamente (molto efficaci, in questo senso, le riprese ravvicinate in movimento che seguono la protagonista, grezze, traballanti e  spesso bruscamente tagliate nel bel mezzo di un’azione, in netto contrasto con le sinuose movenze della danza classica; così come anche tutte le scene ambientate in metropolitana, capaci di trasmettere una palpabile inquietudine).

[international teaser posters: fonte Empire]

Da notare inoltre l’eccellente utilizzo della computer grafica, capace di creare immagini in grado di trasmettere sensazioni/visioni/tormenti senza la minima soluzione di continuità, e lo straordinario lavoro sul suono: le trasformazioni graduali da cigno bianco a cigno nero vengono rese attraverso i rumori, gli effetti sonori, prima ancora che attraverso le mutazioni fisiche (unica nota: chi ha visto i precedenti lavori di Aronofsky sa che il regista ama soffermarsi sui dettagli truculenti… quindi astenersi spettatori troppo sensibili).

Gli attori fanno il resto. Mila Kunis E’ la sensualità che manca alla frigida perfezione della Portman, Vincent Cassel è esemplare nel suo ruolo di traghettatore fra il bene e il male (con la faccia che si ritrova non poteva essere altrimenti) e Barbara Hershey è bravissima nel tratteggiare in poche scene la figura di una madre protettiva ma psicologicamente instabile.

Un film notevole, potente, convincente. Da vedere assolutamente.

* il primo commento che ho sentito, invece, è stato di tenore differente… un mio vicino di poltrona (che non conoscevo) si rivolge alla moglie/compagna che gli aveva chiesto come gli era sembrato il film, pronunciando la seguente dichiarazione: “mah, se podeva far de meio!” (pronunciato in dialetto trentino)

book_THE ART OF EMOTION

1988: le sale cinematografiche giapponesi sono prese d’assalto… un film d’animazione,Tonari no Totoro (il mio vicino Totoro) diretto dal regista Miyazaki Hayao, sta riscuotendo un enorme successo di pubblico. Un’opera gioiosa, un inno all’immaginazione, alla fantasia, alla vita. Non tutti sanno però che, esattamente nello stesso periodo, usciva nelle sale un altro film d’animazione… per di più prodotto dallo stesso studio e distribuito proprio come fosse il lato B di un disco in vinile. Da un lato Totoro, dall’altro Hotaru no haka (successivamente uscito pure in Italia col titolo “Una tomba per le lucciole“).

Autore di quella pellicola era Takahata Isao, un nome già noto in Giappone (al pari del suo socio-collega Miyazaki, col qule fondò nel 1985 lo Studio Ghibli) per aver ideato e/o partecipato alla realizzazione di alcune delle più importanti e famose serie tv animate: da Lupin IIIMarco, da Heidi ad Anna dai capelli rossi.

Per chi fosse interessato a saperne di più, ecco il primo testo approfondito in italiano ed uno dei più completi a livello internazionale, che “ripercorre l’entusiasmante carriera di un uomo innamorato di arte e letteratura che decise di avventurarsi nel mondo del cinema per riscoprire il valore della realtà e della poesia ma in animazione“. THE ART OF EMOTION – il cinema d’animazione di Isao Takahata (a cura di Mario A. Rumor – edito da Cartoon Club/Guaraldi) dà voce alla passione artistica dell’autore, pedina il suo percorso ed analizza tutte le opere televisive e cinematografiche (da ricordare, oltre a Hotaru no haka, il bellissimo Omohide poro poro) realizzate dagli esordi fino ad oggi.

Insomma, una lettura obbligata per tutti gli amanti dell’animazione, del cinema e per chiunque (specie i 30enni cresciuti a pane & cartoni animati) voglia fare un tuffo nel passato.

PS: l’ultimo film di Takahata è datato 1999 (il divertentissimo Tonari no Yamada-kun). E con questo film si conclude il libro. Però, recenti notizie danno il Maestro finalmente di nuovo al lavoro con un’opera decisamente impegnativa: portare sullo schermo il Taketori monogatari. Aspettiamo il suo ritorno con immensa gioia!

su_Dragon Trainer

David Mamet in uno dei suoi libri usciti in Italia (forse l’interessante “I tre usi del coltello“) consigliava i lettori/aspiranti registi-sceneggiatori-montatori di studiare il cinema d’animazione. D’altronde, chi più di loro (l’infinito team che sta dietro ad ogni lavoro animato) sa come pensare le inquadrature, concepire le scene, veicolare le emozioni? Chi più di qualcuno che deve inventare OGNI-SINGOLA-COSA e realizzarla passando direttamente dalla pre alla post-produzione?

Una volta (fino a pochi anni fa, in realtà) si parlava di cinema d’animazione con la C maiuscola solo in pochissimi e rari casi. Certi Disney (forse), una manciata di film francesi (Il pianeta selvaggio o, più recentemente, Appuntamento a Belleville), la Pixar o lo Studio Ghibli. Tutti gli altri erano film anche carini ma destinati quasi esclusivamente al target “bambini e ragazzini” e ai cinema della domenica pomeriggio.

Ora non è più così. Ed è sempre bello vedere come i film d’animazione stanno diventando davvero un’intelligente alternativa al cinema “in carne e ossa”.

Ecco quindi che Dragon Trainer si rivela sorprendentemente un film non solo divertente, spensierato e con tanta azione ma anche intelligente, profondo, sensibile e sotto sotto anche un po’ educativo. Però senza diventare ovvio, senza moralismi spicci, senza cadere nella retorica.

Tratto da un recente (2003) libro per bambini di Cressida Cowell, il film racconta, attraverso gli occhi di Hiccup un ragazzino 14enne tanto intelligente quanto apparentemente estraneo all’habitat e ai componenti della sua famiglia e del paese in cui vive, l’eterna lotta fra i vichinghi e i draghi. Rispettivamente i buoni e i cattivi. Ma sarà davvero così? L’incontro e la seguente amicizia fra lui e il drago più feroce (chiamato “Furia Buia” dai vichinghi e “Sdentato” da Hiccup) gli farà capire molte cose ed insegnerà a tutti una lezione molto importante: gli esseri viventi non sono cattivi di natura ma per necessità o per difesa. E se riusciamo a comprendere questo concetto, possiamo togliere la corazza che abbiamo addosso e vivere in armonia.

Tranquilli comunque. Non è un polpettone filosofico new-age. Stiamo comunque parlando di draghi, vichinghi, combattimenti e fuoco a volontà! Però, in tutto questo calderone gli autori riescono anche trattare certe tematiche: la diversità, l’handicap, il nuovo (inteso anche come pensiero) non capito e osteggiato… e poi ovviamente l’amicizia, la rivalità, il rapporto fra padre e figlio, la competizione, l’astuzia e l’ingegno dell’età adolescenziale rispetto all’ottusità dell’uomo adulto. E lo fanno con una delicatezza e un senso del ritmo e dell’equilibrio narrativo che non ha nulla da invidiare rispetto al miglior cinema in circolazione.

Poi si può anche parlare delle migliorìe tecniche che film dopo film rendono sempre più realistici e convincenti i fondali, i dettagli e soprattutto le espressioni dei personaggi: rendendoli finalmente così simili a noi da poterci immedesimare in loro e vivere le stesse avventure senza il filtro della mancata verosimiglianza (i movimenti troppo scattosi, i sorrisi finti, la gamma di emozioni espresse troppo ridotta, ecc…).

Tanto simili a noi che in un futuro non remoto credo fermamente che si potrà parlare di recitazione animata (e chissà se un giorno verrà mai candidato e forse persino premiato, con l’Oscar?, un attore virtuale!).

Un inaspettato gioiellino che consiglio a tutti di vedere.

[copyright frame: DreamWorks Animation, Mad Hatter Entertainment]

A Letter to Momo

Una gran bella notizia giunge dal Future Film Festival (e contemporaneamente dai maggiori siti e portali di cinema animato e non solo). Si tratta del ritorno alla regia di Hiroyuki Okiura dopo ben 11 anni dal suo esordio con JIN-ROH: uno fra i più intensi e riusciti film d’animazione che abbia mai visto.

In molti ci chiedevamo se e quando sarebbe tornato a dirigere una nuova opera ed ecco che finalmente incominciano a trapelare un po’ di news.

La Production IG ha annunciato per il 2012 il film A Letter to Momo (Momo e no tegami) che, sulla carta, dovrebbe essere una classica storia di formazione, incentrata sulle gesta di una giovane ragazza che torna alle origini (il suo paese natìo, immerso nella più remota campagna giapponese) e viene casualmente a conoscenza di una lettera che suo padre le aveva lasciato prima di morire. Una lettera che contiene solo due parole: “Cara Momo…”. Cosa avrà mai le avrà voluto dire suo padre?

Interessante, non è vero?
Si tratterebbe comunque di un radicale cambio di registro rispetto al precedente capolavoro che narrava, attraverso un complicato intreccio che mescolava abilmente fiaba e realtà, di sommosse popolari e repressioni militari in un periodo storico (gli anni ’60) alternativo. Ma lì c’era lo zampino (o lo zampone?) di un altro grande del cinema d’animazione: Mamoru Oshii (l’autore di Ghost in the Shell, tanto per dirne uno) che aveva scritto il soggetto e la sceneggiatura.

Qui invece Hiroyuki Okiura si prende completamente la responsabilità, essendo l’idea e lo sviluppo della storia tutta farina del suo sacco. Aspettiamo fiduciosi!

[Image © 2011 Momo e no Tegami Production Committee]

MyFavMovies_i Thrillerosi

Le classifiche sono sempre una bella e ghiottosa sfida che tutti i cinefili non vedono l’ora di intraprendere. Ecco quindi che, dopo aver visto la classifica dei film preferiti di Sara Lando nel suo omonimo blog, mi è venuta l’idea di iniziare un ciclo di “my favourite movies” in più puntate.

Iniziamo con la categoria (del tutto inventata) dei Thrillerosi, cioè quella manciata di film dal sapore thriller, anche se non necessariamente rientranti al 100% nel genere (termine che in effetti odio), che mi hanno lasciato dentro qualcosa e che rivedo sempre volentieri scoprendo ogni volta cose nuove.

PREMESSA: ok, chiamatemi “vecchio”, ma i film che da alcuni anni vanno per la maggiore non li sopporto. Tutti quegli slasher-rape-sadistic-thriller (forse più vicini all’horror) come “Saw“, “Hostel“, “Martyrs” e via discorrendo, mi lasciano totalmente indifferente. Perchè (ed è qui che esce probabilmente la mia “vecchitudine”) io sono uno di quei fautori del “è molto meglio non vedere, intuire, lasciar immaginare che mostrare fin dentro i dettagli più macabri e raccapriccianti”.

Detto questo, i thriller che preferisco e che ho inserito in questo breve elenco del tutto incompleto (la memoria con gli anni fa brutti scherzi) non sono comunque all’acqua di rose… tutt’altro.

Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991)

Visto al cinema (avevo 14 anni e molte scene le ho perse chiudendo gli occhi o nascondendomi fra le dita di una mano) e rimasto impresso nella mente per anni. L’ho poi voluto rivedere con calma, apprezzando di volta in volta la recitazione magnetica dei due protagonisti, la geniale regia di Demme (quei primi piani! i flashback/sogni ad occhi aperti! il falso montaggio alternato!), la colonna sonora che ancora mi dà i brividi. E quell’ultima battuta: “ho un amico per cena”.

Se7en (David Fincher, 1995)

Mi ricorda un capodanno. Film cupo, misterioso, grigio e piovoso. Con un crescendo drammatico che si percepisce lentamente ma inesorabilmente e sfocia nel giustamente famoso finale che non lascia scampo. Brad Pitt, Morgan Freeman e Gwyneth Paltrow in una delle loro migliori performance di sempre. E poi c’è pure Kevin Spacey paurosamente gigione.

I soliti sospetti (Brian Singer, 1995)

1995, anno magico. Oltre a Se7en, ecco spuntare questo capolavoro di mistero e suspence costruito ad incastro con una precisione svizzera. Perfino troppo perfetto forse, ma erano anni che non si ammirava un lavoro di cotanta fattura. Personaggi indimenticabili e perfettamente caratterizzati, storia coinvolgente, regia dinamica e funzionale al racconto, finale da applauso e una figura di moderno boogieman da far rizzare i capelli in testa: “chi è Kaiser Soze?”

Perfect Blue (Satoshi Kon, 1997)

Quando lo vidi per la prima volta, in una brutta versione su vcd, rimasi scioccato. Cioè, non ero preparato ad un film d’animazione in formato thriller psicologico. Mi aspettavo forse un mistery, un noir, ma qui si toccano vette che non pensavo si potessero toccare in animazione. Questa torbida storia di doppia personalità, di invidia, di violenza, di incertezza, giocata sul terreno dell’ambiguità e del sogno nel sogno è resa in maniera spettacolare da Satoshi Kon (prematuramente scomparso l’anno scorso). Una specie di Hitchcock + Lynch. Alcuni hanno detto che il nuovo di Aronofsky (Black Swan) si ispira più o meno consapevolmente a questo film. Vedremo.

Memories of Murder (Bong Joon-Ho, 2003)

Insieme al capolavoro di Demme, questo magnifico ritratto di un Paese (la Corea del Sud), di un giallo irrisolto, di un modo di intendere la legge, è forse il mio preferito in assoluto. Visto in dvd e poi ammirato sul grande schermo al Far East Film di Udine (all’interno di una retrospettiva sui direttori della fotografia), il film di Bong Joon-Ho sfiora lo stato dell’arte nel seguire le vicissitudini di due poliziotti dai metodi diametralmente opposti che si uniscono per raggiungere un solo obiettivo: quello di trovare ed assicurare alla legge il misterioso omicida che sta terrorizzando la campagna coreana. Da una storia vera.