MyFavMovies_gli Amorosi

E dopo i Thrillerosi… gli Amorosi!

Ok, lo ammetto. Non è propriamente il mio campo. Fin da ragazzo ho sempre apprezzato di più i thriller, i polizieschi, gli horror. Però con l’età che avanza ci si ammorbidisce (si cresce?) e si cominciano ad apprezzare film non necessariamente pregni di adrenalina, ma capaci di toccare altre corde. Ecco quindi che, pur consapevole di addentrarmi in un mondo che non conosco appieno e conscio del fatto di aver dimenticato chissà quanti altri capolavori, vi propino la mia Top 7 (rigorosamente in ordine casuale)… ovvero, i film amorosi che ho amato di più:

In the mood for love (Wong Kar-wai, 2000)
Lento, ipnotico, seducente. E’ uno dei capolavori del regista di Hong Kong, quello che lo ha consacrato definitivamente agli occhi del mondo. Due solitudini (Tony Leung e Maggie Cheung) che si incrociano, si guardano, si sfiorano. Un elegante messinscena composta di dettagli, di situazioni quotidiane ripetute, che innescano nello spettatore un meccanismo che inizialmente ti tiene lontano ma che poi si tramuta in totale complicità. Colonna sonora evocativa e ammaliante, come anche la fotografia (ad opera di Chris Doyle e Lee Ping Bin).

L’età dell’innocenza (Martin Scorsese, 1993)
Uno dei miei Scorsese preferiti nonché quello che avevo maggiormente snobbato negli anni. Poi l’ho visto e mi sono ricreduto. Un vero capolavoro di anima e tecnica, diretto magistralmente e interpretato da una coppia di attori meravigliosi e perfetti (Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer) che trasudano sensualità e tormento interiore. Un amore passionale che si scontra con le regole dell’etichetta e delle convenzioni sociali dell’epoca. Fotografia di Michael Ballhaus, montaggio di Thelma Schoonmaker, scenografie di Dante Ferretti, costumi di Gabriella Pescucci. C’è da aggiungere altro?

Love Letter (Iwai Shunji, 1995)
Watanabe Hiroko è una ragazza che sta ancora soffrendo per la morte del suo fidanzato avvenuta due anni prima. Mentre rovista fra le cose appartenute a lui, scopre il suo vecchio indirizzo e decide di scrivergli una lettera che chiama “lettera per il paradiso”. Quello che di certo non si aspetta è di ricevere una risposta… Giocando inizialmente su territori misteriosi ma poi focalizzando l’attenzione sui rapporti personali e sul binomio presente-passato, Iwai Shunji riesce nel difficile compito di emozionare raccontando una storia come tante, nella quale fanno capolino il destino, l’amicizia, il dolore, la gioia e l’amore. Sia quello vissuto sia quello solo sperato. Indimenticabile Nakayama Miho (interpreta le due protagoniste) e toccante la colonna sonora di Remedios. E un finale che ti lascia senza fiato.

Breve incontro (David Lean, 1945)
Capolavoro del cinema britannico, questa intensa e poetica storia d’amore fra una casalinga (Celia Johnson) e un medico (Trevor Howard) nasce per caso e cresce per mezzo di un susseguirsi di fugaci incontri e di parole appese a un filo. Inizialmente sottovalutato, è stato poi rivalutato con gli anni tanto da essere messo al 2° posto nell’elenco dei migliori cento film britannici di sempre (a cura del British Film Institute). Primo film di successo di David Lean e uno dei pochi ad avere un sapore minimalista (anche nella durata, solo 86 minuti) prima della cavalcata che lo porterà a sfornare alcuni dei migliori kolossal della storia del cinema: Lawrence d’Arabia, Il ponte sul fiume Kwai, il Dottor Zivago.

– Lettera da una sconosciuta (Max Ophuls, 1948)
Secondo film made in Usa del regista tedesco, Lettera da una sconosciuta narra la storia di una passione che non sarà mai ricambiata. La storia di una ragazza, Lisa (interpretata da Joan Fontaine) che trasforma la sua infatuazione per l’elegante ma donnaiolo pianista Stefan (Louis Jourdan) in una ossessione amorosa che consumerà la sua intera vita. Come giustamente viene fatto presente QUI, prendendo ad esempio una delle più belle sequenze del film, “…la sequenza di Lisa e Stefan seduti all’interno di un vagone del trenino del Prater mentre scorrono fondali di cartone, è da antologia e sembra alludere metaforicamente all’artificiosità ed illusorietà del loro stesso rapporto“. Un film sull’amore. Un amore però a senso unico. Un amore dal sapore adolescenziale che, incapace di evolversi, si protrarrà sostanzialmente intatto anche nella vita adulta con inevitabili conseguenze.

One Fine Spring Day (Hur Jin-Ho, 2001)
Un bel giorno d’estate, un ragazzo e una ragazza s’innamorano registrando il suono del vento fra gli alberi. Ma l’ebbrezza di tanta passione nel giro di pochi giorni sparisce, proprio come spazzata via da una folata di vento. Come può un amore scomparire così velocemente? E’ a questa domanda che il coreano Hur Jin-Ho (già regista del delicato e struggente Christmas in August) cerca di dare una risposta. E, incredibilmente, ci riesce. Regia attenta ed essenziale ((la storia è raccontata per mezzo di lenti movimenti di macchina, di piani fissi, della quasi totale mancanza di primi piani), colonna sonora incisiva ma mai invadente, finale  in piano-sequenza da brividi.

Due per la strada (Stanley Donen, 1967)
Scoperto quasi per caso, questo pazzo road-movie in salsa romantica di Stanley Donen (regista di musical, suo ad esempio il classico “Cantando sotto la pioggia”) è contemporaneamente una gioia per gli occhi (il montaggio è tipico degli anni’60, quasi sperimentale, sulla scia di altrepellicole uscite lo stesso anno come Il laureato o Senza un attimo di tregua), un salto indietro nel tempo e una riflessione anche amara di una vita passata insieme, fra ricordi, scherzi, abbandoni e riappacificazioni. E, nonostante tutto, una complicità che non perde mai smalto. Eccezionali sia Audrey Hepburn che Albert Finney. Musiche di Henry Mancini.

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