tecnica_Sguardo in camera

Vi sono convenzioni che ormai sono diventate regole ferree. E solo pochi autori sono in grado di bypassarle con stile ed eleganza narrativa. Una di queste è senza dubbio la regola dello “sguardo in macchina” o “sguardo in camera” (eye contactcamera look). Insomma, quando uno, due o più attori guardano dritto verso la macchina da presa.

[esiste anche un blog, o meglio un tlog, che ne raggruppa decine di questi “sguardi” catturati da scene di film. Lo potete trovare QUI].

Quando tale sguardo sfugge inconsapevolmente  è da considerarsi un grave errore tecnico, capace talvolta di distruggere in un attimo tutta l’atmosfera, il pathos, la suspense creata fino a quel momento. Lo spettatore infatti vede questo “sguardo” e lo traduce come un elemento intruso, uno sbaglio registico, un attimo di smarrimento dell’attore che guarda dove non dovrebbe (cioè verso di noi, semplici osservatori esterni di una storia narrata e non complici dei protagonisti del film).

Quando però tale sguardo rappresenta un preciso dettame stilistico del regista, allora la storia cambia. Alcuni autori lo utilizzano sporadicamente e quasi solo in chiave comica: ci si rivolge direttamente allo spettatore come per avere da lui una conferma, allo stessa maniera di un attore teatrale che si rivolge al pubblico in sala. E’ questo il caso di Woody Allen:

Altri autori, invece, utilizzano lo sguardo in camera come ultima inquadratura del film. Esempio significativo è il finale di Memories of Murder di Bong Joon-Ho. La “rivelazione” che la bambina fa all’ormai ex poliziotto lascia quest’ultimo fortemente turbato e guarda in camera quasi come a cercare in noi spettatori una consolazione o, meglio, una conferma dell’ineluttabilità del caso:

Pochi invece sono i registi in grado di portare all’estremo questo meccanismo e di trasformarlo in una cifra stilistica del loro intero lavoro. Uno di questi è sicuramente Jonathan Demme. L’apoteosi di questo metodo viene raggiunto con Il Silenzio degli innocenti, capolavoro thriller del 1991. In questo film gli sguardi in macchina rappresentano quasi la normalità e aumentano esponenzialmente un senso di partecipazione (e, parallelamente, di inquietudine) agli eventi narrati. Famosi sono gli intensi primi o primissimi piani di Anthony Hopkins e Jodie Foster nei loro molteplici incontri in carcere. Ma Demme utilizza lo stesso metodo anche per dialoghi apparentemente più normali. Ecco un esempio fra Scott Glenn e la stessa Foster, nella scena iniziale in cui alla Foster viene dato l’incarico di andare ad intervistare Hannibal Lecter. Qui gli sguardi sono a filo della macchina da presa, sfociando talvolta in sguardi diretti. E la scelta, apparentemente strana e bizzarra, funziona alla grande!

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