MyFavMovies_i Viaggiosi

Ok, non è un genere. Diciamo che si tratta di una categoria di film capace di inglobare molti generi, una categoria che vanta titoli di tutto rispetto e che, il più delle volte, si basa su una semplice e sacrosanta regola: la parte più importante di un viaggio non è la meta, bensì il viaggio stesso.

C’è inoltre da dire che la “tematica del viaggio” è sempre stata molto amata dal cinema, sfruttatissima in ogni occasione e declinata in numerose versioni e varianti. Citerò qui alcuni film a cui sono particolarmente affezionato ma ce ne sarebbero molti altri da menzionare: The Tracker, Central do Brasil, Due per la strada (già inserito nella lista degli “Amorosi“), per non parlare di moltissimi western (ultimo dei quali proprio “Il Grinta” dei fratelli Coen).

L’ESTATE DI KIKUJIRO: uno dei Kitano che preferisco, poetico ma mai sdolcinato, assurdo quanto basta, giapponese nell’essenza ma appetibile anche ad un pubblico straniero (molti altri film del “nostro” non lo sono per nulla). Beat Takeshi lascia (momentaneamente) il mondo della yakuza per dedicarsi ad un rapporto tanto bizzarro quanto imprevedibilmente intenso. L’incredibile mix di gag comiche, vita quotidiana, incontri assurdi, pochi dialoghi e situazioni che passano dall’imbarazzante al profondamente intenso sembrano cozzare e invece riescono a tenerti incollato allo schermo fino alla fine di questo strano viaggio. “Signore….signore… ma lei come si chiama? Kikujiro, scemo!” Musiche indimenticabili di Hisaishi Joe.

VERSO IL SOLE: l’ultimo film di Cimino (che ormai non torna dietro la mdp da ben 15 anni) è un road-movie con rapimento. Il medico Woody Harrelson viene infatti costretto a fare da taxista ad un giovane navajo malato terminale di cancro appena fuggito dal carcere minorile. Quest’ultimo crede infatti che se bagnato dalle acque di un misterioso lago sulle montagne sacre riuscirà a guarire. Un film denso di emozioni forti, di tensioni e di sentimenti centellinati fino all’esplosione finale. Un percorso spirituale e al contempo un’amicizia nata al di là di ogni contrasto di razza, pensiero o religione. Simpatica comparsata di Anne Bancroft nel ruolo della hippie stagionata che da un passaggio ai nostri col suo furgoncino. Un gran film, verrebbe da dire “di quelli che non ne fanno più”.

KAMIKAZE TAXI: cercando di bypassare l’orrendo poster del film qui a fianco (l’unico trovato in rete, sorry), Kamikaze Taxi è un atipico ganster movie giapponese con viaggio itinerante e mix di culture che si intersecano in un’escalation di eventi che porterà i protagonisti (un taxista nippo-peruviano, interpretato magistralmente da Yakusho Koji, e un giovane ragazzo inseguito dalla yakuza) a cambiare inesorabilmente le sorti della loro vita. Un gioiellino del cinema nipponico poco conosciuto, capace di impennate di violenza ma anche di attimi di serena quotidianità. Il tutto diretto con stile quasi documentaristico da Harada Masato (abituato solitamente a cimentarsi con legal-thriller e film politici).

IL SORPASSO: Capolavoro nostrano firmato Dino Risi, è uno di quei film italiani che guardi e poi dici: cosa abbiamo fatto di male per essere ridotti nel 2011 ad elogiare Checco Zalone o a pubblicizzare l’ennesimo cinepanettone, mentre cinquant’anni fa autori con la A maiuscola giravano film come questi? Il cinema italiano poteva davvero diventare uno dei migliori al mondo. All’epoca lo era veramente. Un Gassman in forma smagliante che giganteggia da par suo, un Trintignant che recita volutamente sotto le righe che funziona da perfetto contraltare all’esuberanza di Gassman, Catherine Spaak e molti altri caratteristi dell’epoca d’oro. Il vero capostipite del film on the road, amato forse più all’estero che non da noi. Un manifesto dell’Italia del boom economico che parte e si sviluppa in maniera del tutto scanzonata e finisce in maniera inaspettatamente tragica. Un filmone da vedere e rivedere.

L’INIZIO DEL CAMMINO: Secondo film dell’ex operatore di ripresa Nicolas Roeg, L’inizio del cammino (Walkabout) è un film atipico, affascinante, morboso. Dopo la morte del padre, due bambini bianchi si ritrovano a percorrere il deserto australiano per ritornare alla civiltà, guidati in questa impervia camminata da un giovane aborigeno che conosce il territorio. Regia virtuosa, pochi personaggi, pochi dialoghi, montaggio sperimentale come si poteva fare solo negli anni ’70 e un erotismo suadente che traspare dagli occhi e dai gesti dei giovanissimi interpreti (lei è Jenny Agutter, che ritroveremo poi, cresciuta, in Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis). Un viaggio che rappresenta forse meglio di qualunque altro film la crescita da adolescenti a uomini e donne con le proprie pulsioni e le proprie debolezze. Da rivalutare.

THELMA & LOUISE: ci sono affezionato a questo film, forse un po’ retorico e troppo “hollywood style”. Però è girato bene (d’altronde stiamo parlando di Ridley Scott), con due attrici meravigliose e una comparsata che lascerà il segno nell’immaginario femminile di quei primi anni ’90 (sto parlando ovviamente di Brad Pitt). E un finale forse un po’ furbetto ma che non si dimentica facilmente. Ci sono affezionato, dicevo, perché è uno dei primi film che ho visto consapevolmente al cinema (per ben due volte, una con un amico e una con la scuola) e indirettamente è stato uno dei motivi che mi hanno dato il la per conoscere meglio questo incredibile universo parallelo fatto di storie inventate che ci piacciono tanto.

DUEL: road movie atipico (un automobilista si trova a dover fronteggiare un camion che, inspiegabilmente, ce l’ha con lui) ma non per questo meno interessante. Con Duel, tratto da un racconto di Richard Matheson e nato inizialmente per la TV, Steven Spielberg realizza il suo esordio e la sua carriera parte nel migliore dei modi. Tutto giocato su unico personaggio, ben interpretato da Dennis Weaver, il giovane regista riesce a mantenere alta la tensione e a gestire il tempo in maniera impressionante, grazie ad una sceneggiatura creata su misura dallo stesso Matheson. Un thriller dove il cattivo non si vede mai e il buono si vede anche troppo (si sentono anche i suoi pensieri, da lui non ci stacchiamo mai… in un certo senso noi siamo lui e viceversa), un horror in pieno giorno, un mistery giocato tutto su una strada americana. Ed era dai tempi di Intrigo internazionale che non si riusciva ad instillare paura, inquietudine e mistero nel bel mezzo di una solare giornata d’estate.

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