It’s Feff time!

E’ giunta l’ora di salpare, togliere gli ormeggi e dirigersi verso Udine. Da oggi fino a martedì 3 maggio sarò al Far East Film Festival. Non vedrò 5 film al giorno come mi è capitato di fare qualche annetto fa… però farò del mio meglio! ^_^

E al ritorno, breve resoconto della scorpacciata di cinema orientale.

See you soon!

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ReceMix #2

   
  • OSOSHIKI/THE FUNERAL:
    Secondo film di Itami Juzo che vedo e secondo colpo di fulmine (inizio a preoccuparmi!). Però, come non lodare un film che riesce a coinvolgerti raccontandoti, in maniera quasi documentaristica, un funerale? Dalla morte del “protagonista suo malgrado” alla conclusione dell’evento funebre, passando per numerose peripezie tragicomiche che ben ritraggono la società giapponese. Uno sguardo irriverente su cosa si nasconde dietro una formalità, ai nostri occhi, quasi eccessiva. Interpretato da quelli che diventeranno gli attori feticci del cinema del regista giapponese (sì perché, questo, è l’esordio dietro la mdp per l’allora 50enne Itami), Ososhiki dà il via ad una lunga serie di impietose radiografie della società giapponese che l’autore di Tampopo e A Taxi Woman realizzerà negli anni successivi e che lo porterà anche a scontrarsi ferocemente con alcuni esponenti della yakuza. Meravigliosi alcuni “tocchi registici” come la carrellata a livello tatami sui piedi doloranti dei nostri protagonisti (ormai non più abituati alla tradizionale postura da cerimonia giapponese) o la più che esplicita metafora fallica nella scena in montaggio parallelo fra la moglie in altalena e il marito che si infratta con l’amante nei boschetti sottostanti. Ora devo solo decidere quale sarà il prossimo Itami da vedere: consigli?
     
  •  VERO COME LA FINZIONE/Stranger Than Fiction:
    Beccato quasi per caso su Iris ieri sera, ecco un gioiellino da non perdere assolutamente. Pur leggendo in rete commenti non sempre lusinghieri su questo film di Marc Forster e pur non essendo opera di un regista particolarmente innovativo o visionario, a me è piaciuto tantissimo. Un’idea di partenza a dir poco geniale (un’agente delle tasse, interpretato da Will Ferrell, incomincia a sentire una voce narrante che racconta la sua storia e che lo fa uscire pazzo… scoprirà di essere il protagonista dell’ultimo romanzo di una scrittrice in crisi e che l’epilogo non è dei migliori), un proseguio della storia ben calibrato e credibile, degli attori in parte (Emma Thompson giustamente sopra le righe, Dustin Hoffman in gran spolvero, Maggie Gyllenhaal più che sexy che mai) e una regia convenzionale ma perfettamente funzionale alla sceneggiatura dell’esordiente Zach Helm (giustamente premiata col National Board of Review Award 2006). Mi ha ricordato un po’ le opere di Charlie Kaufman e un po’ Wonder Boys (altro film da recuperare, le cui atmosfere e certi snodi narrativi hanno più di una cosa in comune con Stranger than Fiction).
  • HABEMUS PAPAM:
    L’ultimo Moretti ci parla di solitudine e di inadeguatezza, ci parla delle difficoltà a rapportarsi con gli altri e a gestire responsabilità e obblighi sociali. Insomma, parla di noi, della nostra società, del nostro Paese… e lo fa col solito mix ironico/drammatico a cui siamo abituati soprattutto negli ultimi anni. Ciò che colpisce è la maturità raggiunta dall’autore (a cui bastano ormai poche inquadrature per definire un’emozione) e il livello di profondità che riescono a trasmettere gli occhi e le espressioni del “Papa” Michel Piccoli, specie nel suo peregrinare serale fra le vie di Roma. E’ un Papa fra la gente. Un Papa che sembra assimilare le inquietudini e le incertezze del mondo reale (quello fuori dal palazzo). Un Papa umano e vulnerabile. Troppo vulnerabile. Tanto che si dovrà ricorrere alla psicanalisi per capirne le cause e cercare di trovare una cura. Mentre Moretti gioca (letteralmente) con le gerarchie ecclesiastiche (le scene in interni ambientate in Vaticano rasentano la parodia anche se, giustamente, non la raggiungono mai), un uomo cerca sé stesso (e lo fa partendo dalle sue passioni giovanili, come il teatro) nella speranza di poter essere veramente adatto a ricoprire un ruolo così importante e prestigioso.Lo scoprirà solo vivendo.
  • SUMMER WARS:
    Visto in tv (!), in prima serata (!!), su Rai 4. L’ultimo lavoro di Hosoda Mamoru, già autore di quell’ottimo film che è “La ragazza che saltava nel tempo“, riesce miracolosamente a unire in unico calderone spettacolare ed intelligente due situazioni che sembrerebbero agli antipodi: la vita rurale (scandita dai ritmi delle stagioni) di una stramba famiglia riunita per il compleanno della nonna e il mondo di Internet, della Rete, degli hacker, degli avatar, della tecnologia digitale più innovativa. Fondali foto-realistici, caratterizzazioni e dialoghi convincenti, una certa dose di umorismo tipicamente nipponico e un non-banale sottotesto su come la tecnologia può diventare pericolosa se autonoma e non controllata dall’uomo (certi precisi riferimenti fanno pensare proprio al nucleare, mesi prima del terremoto). Perde un filo di verosimiglianza nel concentrare “buoni” e “cattivi” (che poi si redimono) nello stesso luogo (una famiglia matriarcale composta da nostalgici del passato, esperti di arti marziali, hikikomori, hacker buoni e hacker cattivi, campioni di baseball, ecc…) ma è un mezzo passo falso più che accettabile per un film d’animazione adulto (seppur godibilissimo anche per i più piccoli) e sicuramente riuscito. 

Weird_frames

Ogni regista ha il suo modo di guardare al mondo.

Si chiama stile e per alcuni è fortemente identificativo (perché giocato su dinamiche prettamente visive, penso a Tim Burton, Lynch o Lars Von Trier) mentre per altri questa caratteristica si esprime in modi meno immediatamente riconoscibili, perché nascosta tra le maglie della sceneggiatura (David Mamet docet).

Da un punto di vista dell’immagine, vi sono registi classici (che impongono cioè una regia legata ad un modo di fare cinema tradizionale) come Clint Eastwood, mentre altri utilizzano stilemi tecnici che fanno da filo conduttore visivo di tutta una carriera (De Palma, ad esempio, è e sarà sempre associato allo split-screen e al piano sequenza a dir poco tortuoso).

Perché dico questo? Perché ogni tanto, quando guardo un film, mi capita di imbattermi in qualche strana inquadratura. Un frame più o meno di breve durata decisamente non convenzionale e mi chiedo: perché? Cosa è passato per la mente al regista per ideare/girare e montare una tale stranezza visiva?

Inizio questa rubrica dedicata ai “Weird_frames” con un movimento di macchina davvero particolare.

Appartiene ad Ososhiki (The Funeral) folgorante esordio alla regia del giapponese Itami Juzo. Il tanto atteso e tormentato funerale sta avendo luogo e, ad un certo punto, la mdp volge lo sguardo verso il basso e con un movimento irregolare (camera a mano) segue con precisione chirurgica il percorso del filo che parte da un microfono (utilizzato per l’oratoria del monaco buddhista), prosegue per il mixer e giunge (dopo aver attraversato gli angoli più bui della stanza) all’autoparlante collocato all’esterno dell’abitazione:

   
   

Che dire… una scelta davvero spiazzante!

Come ti traduco un titolo?

Recupero (da vecchie blog-chiaccherate di qualche anno fa) un altro argomento curioso e simpatico di discussione cinefila. Un argomento legato al cinema e alle opere che arrivano nel nostro Paese: le traduzioni italiane dei titoli dei film.

Vi sono traduzioni che modificano sostanzialmente il senso del film, che banalizzano, che fuorviano, che fanno ridere e, più spesso, che fanno piangere per la loro idiozia. Ma, a dire il vero, il più delle volte non hanno proprio senso. Spesso basterebbe un lieve adattamento. Oppure, mantenere il titolo originale e poi, eventualmente, aggiungere un sottotitolo. A volte succede. Ma molte volte no.

Ecco qualche significativo esempio di traduzioni fuori dal comune:

– Se mi lasci ti cancello (tit.originale “Eternal sunshine of the spotless mind”)
– La notte brava del soldato Jonathan (tit.orig. “The beguiled”)
– Sex Crimes (tit.orig. “Wild Things”) –> cioè come sostituire un titolo inglese con un altro titolo… inglese!
– Furyo (tit.originale “Merry Christmas Mr.Lawrence”)
– Il furore della Cina colpisce ancora (titolo internazionale “The big boss”)
– Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (tit.orig. “Avanti!”)
– Lo sbirro, il boss e la bionda (tit.orig. “Mad dog and glory”)
– Tutte le ore feriscono… l’ultima uccide (tit.orig. “Le Deuxième souffle”)
– A Venezia… un dicembre rosso shocking (tit.orig. “Don’t look now”)
Non drammatizziamo… è solo questione di corna (tit.orig. “Domicile conjugal”)
– Tutti insieme appassionatamente (tit.orig. “The sound of music”)
– Svalvolati on the road (tit.orig. “Wild hogs”)
– I guerrieri della palude silenziosa (tit.orig. “Southern comfort”)

…ma forse il primo premio lo vince ancora lui:
– Con una mano ti rompo, con due piedi ti spezzo (tit. internaz. “The one-armed boxer”)

Voi che ne dite? Volete contribuire con qualche altro esempio? 🙂

su_Tampopo

Finalmente ieri ho trovato il tempo di vedere TAMPOPO e di avvicinarmi, quindi, all’inedito universo cinematografico di Itami Juzo. Ne avevo sentito parlare come di un maestro della commedia sociale, capace di ritrarre con irriverenza e notevole ritmo comico storie che descrivono momenti di quotidianità giapponese.

Ebbene, mi è bastata solo questa visione per rendermi conto di essere di fronte ad un capolavoro e ad un autore che si colloca immediatamente nell’olimpo dei più grandi. Poche volte infatti mi è capitato di assistere ad una narrazione così avvincente. Gag e momenti esilaranti si intersecano con altri più riflessivi e romantici, creando un puzzle impazzito che ha come unico filo conduttore “il cibo” e il rapporto che le persone hanno con esso.

Dopo un incipit meta-filmico da applausi, inizia la storia principale. Due camionisti (interpretati da uno scafato Tsutomu Yamazaki e da un giovanissimo Watanabe Ken) stanno viaggiando di notte sotto la pioggia e ad un certo punto si fermano per un ristoro presso un ristorante di ramen. Qui si scontreranno con uno yakuza che poi diventerà loro amico ma soprattutto faranno la conoscenza di Tampopo, una madre single non più giovanissima che gestisce il locale senza successo anche per colpa dei pessimi ramen che prepara. Ad aiutarla ci penseranno i nuovi arrivati e qualche altro strano personaggio che incontreranno nel loro cammino verso la nascita di un ramen-ya (ristorante di ramen) di successo.

Ciò che colpisce è la scioltezza registica di Itami, che gioca con i suoi personaggi (caratterizzandoli molto senza però trasformarli in macchiette) e gioca con il pubblico. L’inizio è emblematico, con il gangster che guarda in camera e parla direttamente con “noi”. Una specie di dichiarazione di intenti, come a dire: ciò che vedrete sarà un gioco a cui parteciperete anche voi. E questa narrazione ludica continua con gli intermezzi tragicomici che saltuariamente fanno da transizione, da stacco (fra una macro-scena e l’altra) all’interno della narrazione principale. C’è la vecchietta che fa i dispetti al gestore di un supermarket, c’è la madre ammalata e in punto di morte che, all’arrivo del marito, resuscita temporaneamente pur di preparargli la cena, c’è il corso su “come si mangia un piatto di spaghetti all’italiana in silenzio” che sfocia in un inesorabile risucchio all’ennesima potenza …e c’è la sotto trama gangster con gli incontri sessuali legati al cibo fra un giovane e irascibile yakuza (un giovane ma già carismatico Yakusho Koji) e la sua sensuale compagna.

Non manca qualche sporadico momento di stanca (forse l’episodio con i senzatetto è un po’ troppo tirato per le lunghe) e c’è da dire che una scena come quella della “preparazione culinaria della tartaruga” non è per tutti i gusti, però il film è una vera gioia per gli occhi e la gola!

Un film che si inserisce benissimo in quel sotto-genere (cinema & cucina) che comprende altri film degni di nota come “Mangiare bere, uomo donna” di Ang Lee o “Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel.

Ho letto sul web che c’è chi lo considera un western urbano, anomalo e grottesco: sono d’accordo, la struttura narrativa è proprio quella come anche i personaggi (a partire dal protagonista, col cappello perennemente in testa e lo sguardo da chi ha vissuto una vita intensa).

Se non l’avete ancora visto, recuperatelo e godetevi una serata all’insegna di un divertimento tutto, è il caso di dirlo, in salsa giapponese!

FEFF is coming

Ancora un paio di settimane e poi, per chi sarà a Udine, sembrerà di essere catapultati in una specie di mondo parallelo a mo’ di “ghetto di Hong Kong”, fra bancarelle piene zeppe di dvd dai nomi impronunciabili, personaggi pallidi e con le occhiaie che si aggirano tutti con a tracolla la stessa borsa, pranzi e cene all’insegna di bacchette e asianwok.

Insomma, sì, sta per iniziare il Far East Film Festival. Il più grande evento europeo dedicato al cinema popolare dell’estremo oriente.

Avevo già parlato del FEFF (qui) in occasione dell’uscita del simpatico spot/trailer della manifestazione, realizzato in puro stile hongkonghese dal giovane regista Clement Cheng. Ora invece sono stati annunciati tutti i titoli delle opere che saranno presentate nel capoluogo friulano, dal 29 aprile al 7 maggio prossimi.

Un programma come sempre molto ricco e appetitoso che, come per le ultime edizioni, si concentra sempre più su cinematografie “non convenzionali provenienti da paesi che fino a poco tempo fa non si sapeva nemmeno che girassero film o avessero una qualche tradizione cinematografica. Quindi, seppur la parte del leone la farà, come sempre, il gruppone composto da Cina & Hong Kong (con quest’ultima però un po’ sacrificata…) + Giappone + Corea del Sud, quest’anno ci sarà l’occasione di poter assaporare anche un po’ di creatività che arriva da paesi come la Thailandia (che a dire il vero già da alcuni anni si sta rivelando cinematografia da tenere d’occhio), il Vietnam, le Filippine, l’Indonesia, la Mongolia, Taiwan, Singapore

La line-up del festival la potete trovare QUI.

C’è Kokuhaku (Confessions), c’è Punished, c’è Night Fishing (il breve film realizzato da Park Chan-wook con l’iPhone), c’è Villain di Lee-Il Sang, c’è The Lightning Tree di Hiroki Ryuichi (il regista di Vibrator e It’s only talk), c’è Under the Hawthorn Tree di Zhang Yimou. E poi c’è la rassegna L’ASIA RIDE (panorama del cinema comico asiatico) con la retrospettiva su Michael Hui, che sarà presente a Udine, e quella sui PINKU EIGA, con alcune interessanti chicche come i film d’esordio di registi poi diventati famosi nel circuito mainstream come Yojiro Takita (DEPARTURES) o Masayuki Suo (SHALL WE DANCE?).

Io e la mia abituale cine-accompagnatrice (che nel frattempo è divenuta mia moglie ^_^) saremo lì dal 30 aprile al 3 maggio. Se passate di là fatevi sentire, ché un saluto fra cineblogger non si nega a nessuno!

 

 

 

Sidney Lumet (1924-2011)

Per me il linguaggio è fondamentale. Ma ciò che mi entusiasma in un film non è fare una dichiarazione politica. Preferisco farla emergere dall’umanità dei personaggi. Proprio come accade nella vita reale.” (Sidney Lumet)

Questa frase racchiude tutto il cinema di questo grande maestro, un autore che si vestiva da artigiano del cinema realizzando opere di grandissimo spessore umano e culturale filtrate però da un modo di intendere la regia decisamente d’altri tempi. Una regia prima di tutto vista come “direzione degli attori“. E che attori. Sotto di lui sono passate personalità come Heny Fonda e Al Pacino, Sean Connery e Rod Steiger, Faye Dunaway e Peter Finch, Paul Newman, Marlon Brando, Sophia Loren e Katherine Hepburn.

Ma il suo non era cinema-teatro. “Il linguaggio è fondamentale“, diceva. E lo si vede benissimo fin dall’esordio, avvenuto quando aveva 33 anni e già parecchi lavori televisivi alle spalle: LA PAROLA AI GIURATI. Qui, pur giostrando l’intero film come un set teatrale (unica location in interni, numero limitato di attori) non dà un attimo di tregua allo spettatore, studia ogni singola inquadratura come fosse l’ultima, mantiene alta la concentrazione e gestisce lo spazio e i tempi in maniera formidabile. Non a caso, il film viene scelto per la conservazione dalla Library of Congress perché giudicato “culturalmente, storicamente ed esteticamente significativo“.

Qualche tempo fa mi è capitato di rivedere SERPICO in tv e mi sono accorto di come la regia di Lumet sia funzionale alla recitazione (anche a quella più istrionica) ma mai succube della stessa. Di grande impatto emotivo è ad esempio la sequenza del ferimento di Serpico (Al Pacino, che lavorerà con Lumet anche nel successivo Quel pomeriggio di un giorno da cani) sul finale del film. Sequenza girata con uno stile invidiabile, in perfetto equilibrio fra la tensione psicologica e l’action poliziesco. Una regia classica (certo non è stato un enorme sperimentatore o un visionario alla Lynch), solida, potente, capace di realizzare film che col passare del tempo sono invecchiati benissimo. In questo lo accomunerei a colleghi come William Friedkin (che non a caso ha rifatto proprio La parola ai giurati nel 1997) o l’altro grande Sidney regista (scomparso anche lui recentemente): Sidney Pollack.

Se ancora non li avete visti, mi permetto di consigliare alcuni film del nostro: L’uomo del banco dei pegni (fotografia in b/n di Boris Kaufman e musiche di Quincy Jones), Il principe della città (con un grandissimo Treat Williams), Terzo grado (potente dramma poliziesco con un ottimo Nick Nolte) e il suo ultimo lavoro, Onora il padre e la madre, girato alla veneranda età di 83 anni.

E se di cinema volete anche leggere, fatevi un regalo e comprate “Fare un film“, edito dalla Minimum Fax. Vi troverete immediatamente catapultati nel mondo di Lumet, che con una scrittura semplice e discorsiva, tratteggia l’universo cinematografico di cui è stato parte integrante e spiega, anche attraverso alcuni aneddoti simpatici, cosa significa davvero fare un film ed essere un narratore per immagini.

Il regista ha moltissimo potere. Ma i risultati sono migliori quando non lo deve usare.” (Sidney Lumet)