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Quando lessi di una possibile incursione nel mondo del cinema di arti marziali da parte di David Mamet (uno dei più importanti e innovativi sceneggiatori/registi degli ultimi anni) mi prese un colpo! Tranne rare eccezioni infatti il cinema di serie A non s è mai interessato ad affrontare seriamente il mondo delle arti marziali.

Diciamo che negli anni sono state seguite due strade: la prima, ahimè la più seguita, è stata quella dei “film di serie z”, il più delle volte mere esibizioni di kung fu (e spesso realizzate pure male) mascherate all’interno di film d’azione di qualità mediocre (ricordate quei filmacci sui ninja degli anni ‘80? Oppure l’italico ragazzo dal kimono d’oro?); la seconda, molto più esigua, quella dei film in cui l’arte marziale non viene solo superficialmente mostrata ma viene anche “raccontata” in maniera non proprio entusiasmante ma cinematograficamente accettabile (è questo il caso, ad esempio, di “Karate Kid” di J.Avildsen o de “I Migliori” di R.Radler)

Ovviamente in questo discorso tralascio appositamente tutto ciò che riguarda l’estremo oriente, nel quale invece fin dagli anni ‘60 venivano effettivamente realizzate opere in cui il livello recitativo, quello prettamente atletico-marziale e quello registico spesso si miscelavano tanto armoniosamente da creare film che ancora oggi vengono ricordati ed apprezzati (cito ad esempio il caso del regista-attore-coreografo cinese Liu Chia-liang, pioniere di questa “qualità cinematografica delle rappresentazioni marziali”).

REDBELT invece si colloca in un’altra dimensione. Oltre al fatto, non marginale, di essere un film occidentale, il suo approccio alle arti marziali non è puramente estetico (come invece accadeva nel cinema di Hong Kong) ma di impronta psicologica (e non a caso nel film si pratica il ju-jitsu, non il wushu). Quello che interessa Mamet non è tanto il mostrare le tecniche di combattimento (per altro eseguite con perizia e coreografate da veri esperti), quanto le ripercussioni esistenziali di uno spirito sano a contatto con il mondo malato di oggi.

La trama è presto detta e, ad una prima lettura, sembra viaggiare sui soliti binari: il protagonista puro di cuore che cade nella tentazione del mondo esterno ma si riprende e mostra a tutti quanto vale. Ma a strutturare lo script è Mamet e lui ama queste sfide, ovvero trasformare un plot banale (o comunque “già visto”) in un trattato psicologico efficace e avvincente.

I suoi lavori non sono mai propriamente dei capolavori, non è mai esente da piccole imperfezioni, a volte eccelle nella scrittura ma non riesce ad essere altrettanto efficace nella regia… in questo caso quello che salta di più all’occhio è una progressione narrativa a mio avviso troppo veloce tanto che per poter raggiungere il suo scopo deve contare sull’assoluta ed incondizionata fiducia dello spettatore, che a volte potrebbe avere da ridire su alcune effettive inverosimiglianze.

Però il film funziona. La prima parola che viene in mente pensando a REDBELT è: coerenza. E questa coerenza viene portata avanti, fino alle estreme conseguenze, grazie ad un lavoro ineccepibile che parte dalla scelta del cast: Chiwetel Ejifor è perfetto, Tim Allen pure (come in passato ha fatto con Steve Martin, il regista prende un comico e gli fa esprimere il suo lato drammatico/impegnato). Per non parlare del suo gruppo di attori feticcio: Joe Mantegna-Ricky Jay-David Paymer-Rebecca Pidgeon. A completare il tutto, la scelta di utilizzare veri maestri del jujitsu e delle mixed martial arts (la comparsata di Dan Inosanto è davvero una chicca!), una fotografia eccellente che rende il film una specie di noir sportivo (il direttore della fotografia è il premio Oscar Robert Elswit) e quella capacità innata di Mamet di inscenare dei “giochi di potere” capaci di attrarre come tante calamite i protagonisti delle storie narrate per poi renderli capaci di uscirne solo dopo averne tirato fuori il loro vero essere, la loro vera natura.

Succedeva ne “La casa dei giochi”, il suo primo film. E accade, seppur in maniera differente, anche in REDBELT.

Finisco con un consiglio: per gli amanti delle arti marziali e del cinema con la C maiuscola, guardate anche Throwdown di Johnnie To… per molti versi speculare a questo film.

 

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