Sidney Lumet (1924-2011)

Per me il linguaggio è fondamentale. Ma ciò che mi entusiasma in un film non è fare una dichiarazione politica. Preferisco farla emergere dall’umanità dei personaggi. Proprio come accade nella vita reale.” (Sidney Lumet)

Questa frase racchiude tutto il cinema di questo grande maestro, un autore che si vestiva da artigiano del cinema realizzando opere di grandissimo spessore umano e culturale filtrate però da un modo di intendere la regia decisamente d’altri tempi. Una regia prima di tutto vista come “direzione degli attori“. E che attori. Sotto di lui sono passate personalità come Heny Fonda e Al Pacino, Sean Connery e Rod Steiger, Faye Dunaway e Peter Finch, Paul Newman, Marlon Brando, Sophia Loren e Katherine Hepburn.

Ma il suo non era cinema-teatro. “Il linguaggio è fondamentale“, diceva. E lo si vede benissimo fin dall’esordio, avvenuto quando aveva 33 anni e già parecchi lavori televisivi alle spalle: LA PAROLA AI GIURATI. Qui, pur giostrando l’intero film come un set teatrale (unica location in interni, numero limitato di attori) non dà un attimo di tregua allo spettatore, studia ogni singola inquadratura come fosse l’ultima, mantiene alta la concentrazione e gestisce lo spazio e i tempi in maniera formidabile. Non a caso, il film viene scelto per la conservazione dalla Library of Congress perché giudicato “culturalmente, storicamente ed esteticamente significativo“.

Qualche tempo fa mi è capitato di rivedere SERPICO in tv e mi sono accorto di come la regia di Lumet sia funzionale alla recitazione (anche a quella più istrionica) ma mai succube della stessa. Di grande impatto emotivo è ad esempio la sequenza del ferimento di Serpico (Al Pacino, che lavorerà con Lumet anche nel successivo Quel pomeriggio di un giorno da cani) sul finale del film. Sequenza girata con uno stile invidiabile, in perfetto equilibrio fra la tensione psicologica e l’action poliziesco. Una regia classica (certo non è stato un enorme sperimentatore o un visionario alla Lynch), solida, potente, capace di realizzare film che col passare del tempo sono invecchiati benissimo. In questo lo accomunerei a colleghi come William Friedkin (che non a caso ha rifatto proprio La parola ai giurati nel 1997) o l’altro grande Sidney regista (scomparso anche lui recentemente): Sidney Pollack.

Se ancora non li avete visti, mi permetto di consigliare alcuni film del nostro: L’uomo del banco dei pegni (fotografia in b/n di Boris Kaufman e musiche di Quincy Jones), Il principe della città (con un grandissimo Treat Williams), Terzo grado (potente dramma poliziesco con un ottimo Nick Nolte) e il suo ultimo lavoro, Onora il padre e la madre, girato alla veneranda età di 83 anni.

E se di cinema volete anche leggere, fatevi un regalo e comprate “Fare un film“, edito dalla Minimum Fax. Vi troverete immediatamente catapultati nel mondo di Lumet, che con una scrittura semplice e discorsiva, tratteggia l’universo cinematografico di cui è stato parte integrante e spiega, anche attraverso alcuni aneddoti simpatici, cosa significa davvero fare un film ed essere un narratore per immagini.

Il regista ha moltissimo potere. Ma i risultati sono migliori quando non lo deve usare.” (Sidney Lumet)

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2 pensieri su “Sidney Lumet (1924-2011)

  1. Da Un pomeriggio di un giorno da cani a Onora il padre e la madre (2007, l’ultimo film): grandi storie di uomini che vorrebbero agire da fuorilegge senza esserne capaci, senza possederne la spietatezza. Non è facile essere dei “cattivi”.

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