Pause

Breve pausa aggiornamenti del blog a causa di un periodo piuttosto full di impegni (lavorativi e sociali). Tornerò al più presto. Diciamo nel giro di una decina di giorni. E ho già in mente alcuni post che daranno (spero) un po’ di pepe alle discussioni che seguiranno!

byee

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A & B

…ovvero: Woody Allen e Roberto Benigni.

In questi giorni gira la notizia che al prossimo film di Allen (The Wrong Picture, con Jesse Eisenberg, Penelope Cruz e Ellen Page) parteciperà il “nostro” Benigni. Un’accoppiata che, sulla carta, sembrerebbe riservare non poche sorprese. 

Certo, gli ultimi film di Allen non sono quelli graffianti di qualche anno fa e anche il Roberto nazionale ha perso colpi (un certo buonismo senile ha preso il posto dell’irriverenza goliardica tipica del Benigni dei tempi migliori). Insomma, se si fossero incontrati 20 anni fa se ne sarebbero viste delle belle!

Speriamo comunque che questo incontro porti nuova linfa ad entrambi.

Anche perché il Benigni attore è molto più talentuoso del Benigni regista. Per rendere al meglio ha bisogno di qualcuno che lo tenga a freno, che lo indirizzi verso una recitazione esuberante ma funzionale alla scena che in quel preciso momento si sta girando.

Basta vedere le sue collaborazioni con Jim Jarmusch per rendersene conto. Come questa, tratta dall’episodio romano di “Taxisti di notte“:

su_The Lightning Tree

Ore 13.15, lunedì 2 maggio 2011.

All’uscita dal Teatro Giovanni da Udine, dopo aver visto lo spassosissimo Chicken and Duck Talk, io e la “moglie del cinefilo” guardiamo il programma nella speranza di avere un po’ più di tempo da dedicare alla pausa pranzo: il film successivo inizia alle 14.15. Ciò significa che bisogna mettersi in coda entro e non oltre le 13.45.

E’ quindi necessario prendere velocemente una decisione:

  • saltare il film del primo pomeriggio. mangiare con calma e digerire sostando beatamente sulle sdraio adiacenti il teatro
  • buttare giù un toast alla bell’e meglio e mettersi in fila per guardare un film giapponese in costume, definito sul catalogo “una versione samurai di Romeo & Giulietta” della simpatica durata di 133 minuti

I nostri fedeli accompagnatori non hanno alcun dubbio: ci abbandonano al nostro destino, puntando al film successivo (la commedia Cyrano Agency, con inizio alle 16.45). Io guardo il nome del regista e mi fermo un attimo a pensare: Hiroki Ryuichi… ho già sentito questo nome… è l’autore di Vibrator e di It’s only talk… non ho mai visto questi film ma ne ho sentito molto parlare… e mi ricordo i trailer e le sensazioni che solo da quei pochi minuti mi avevano colpito…

Ok. Proviamo. Al massimo, se dopo mezz’ora il film ancora non ingrana e si fa spazio lo sbadiglio incontrollato, nessuno ci obbliga a rimanere.
Mai decisione fu più saggia.

Sono bastati i primi 5 minuti per capire di essere di fronte a un esempio di cinema con la C maiuscola.

Due ragazzi corrono in mezzo ad una foresta e giungono sulla riva di un ruscello di montagna. Sono eccitati ma anche preoccupati, visto che la zona è off limits a causa di una diceria che racconta che un “tengu” (demone, spirito maligno) abita proprio lì e non vuole visitatori. Ad un certo punto, qualcosa si muove fra gli alberi. Una presenza sfuggevole ma concreta che li osserva e che scocca una freccia di avvertimento. In men che non si dica questa “presenza” si mostra alle spalle di uno dei ragazzi, con arco e frecce pronte a colpire. E questa volta a bersaglio. I due corrono via urlando e il “demone” può mostrare a noi, spettatori virtuali, le sue vere sembianze: una ragazza (Yu Aoi) che vive con il padre in mezzo al bosco e a contatto con la natura, il cui unico obiettivo è quello di vietare l’accesso alla cosiddetta “civiltà” per non profanare la bellezza di un mondo che sta per scomparire.

The Lightning Tree è un capolavoro.

Se dovessi descriverlo in poche parole lo definirei una versione live e un po’ melodrammatica de “La principessa Mononoke” di Miyazaki.

Un jidaigeki (il primo della sua carriera e uno dei primi girati nei pressi di Okinawa) dal sapore moderno, attento tanto alla cura dei dettagli storici quanto alla caratterizzazione dei personaggi, capace di far esplodere l’emozione grazie ad un uso finalmente sapiente della macchina cinematografica. Hiroki racconta una storia universale e lo fa con una leggerezza registica d’altri tempi. Mai un tempo morto, mai una scivolata di cattivo gusto, mai un’inquadratura non degna di ciò che si è visto prima o si vedrà poi. E come co-protagonista una natura, selvaggia ma amica, che la protagonista Yu conosce e mostra a quello che si scoprirà essere il futuro signore feudale.

Hiroki ha un talento immenso, sa raccontare per immagini (e che immagini, la fotografia lascia stupefatti) ma sa anche come dirigere gli attori e come far tirare fuori da ogni singolo personaggio la sua vera essenza: un plauso speciale a Yu Aoi, lontana anni luce dalla ragazzina eterea e sbarazzina di Honey & Clover, capace di sviluppare il proprio ruolo in un miracoloso equilibrio fra la sua indole istintiva e selvaggia e la convenzione sociale che la porta a trovare un punto di contatto con il mondo civile. A fare da tramite a questo passaggio che, badate bene, non succederà mai, un sentimento. L’unico sentimento in grado di unire anche gli opposti.

Altro elemento a favore del film è la colonna sonora, che alterna musiche e suoni tradizionali ad altri più moderni, il tutto senza alcuna soluzione di continuità. La scelta accurata dei brani e il loro mixaggio aumenta esponenzialmente il pathos delle scene più emozionanti che raggiungono apici davvero difficilmente raggiungibili.

Da menzionare almeno: l’incontro/scontro fra Yu e il nobile Narimichi (interpretato da Masaki Okada), in mezzo ad un prato immenso; la rivelazione che il padre di Yu fa alla figlia e la successiva scena dell’incendio in mezzo al bosco; le urla al cielo dei due ragazzi, che sfogano così la loro rabbia e frustazione; il matsuri del fuoco, con i personaggi mascherati che danzano nella notte… e potrei andare avanti così ancora per un bel po’.

Vederlo su grande schermo è stata un’esperienza. Rivederlo, spero, sarà una conferma.

E voi, che aspettate a recuperarlo? 🙂

Feff 13_ seconda parte

Spacciato come un horror sperimentale e pubblicizzato per essere stato girato con un iPhone 4 (in realtà pubblicità abbastanza ingannevole, in quanto all’iPhone sono stati poi applicati adattatori che consentono di utilizzare ottiche professionali e il tutto è stato montato su crane e steadycam di livello cinematografico… in barba all’amatorialità tecnica del progetto e al messaggio intrinseco “se faccio un film con l’iPhone allora lo potete fare anche voi”), il medio-metraggio (33 minuti) diretto Park Chan-Wook e dal fratello Park Chan-Kyung è un esperimento fra il documentario e la videoarte, con un inizio da videoclip. L’idea di base non è nemmeno male e la costruzione narrativa potrebbe funzionare (ad una prima parte mistery e notturna segue un epilogo legato ad antiche usanze religiose coreane), peccato che chi guarda Night Fishing più che rimanere affascinato o sconvolto, resta perplesso e deluso. O perlomeno, questo è stato il mio atteggiamento a fine proiezione. Mi spiace ma mi tocca bocciarlo (quasi) totalmente.

All’interno della rassegna Pink Wink sul cinema erotico giapponese della casa di produzione Kokuei. Mi interessava questo titolo (più di altri) perché esordio alla regia di Suo Masayuki, autore fra i più importanti e famosi in Giappone negli anni ’90 (suoi sono film dall’enorme successo come “Shiko Funjatta” e “Shall we dance?“). Certo, la qualità artistica non è l’obiettivo principale di questo genere di pellicole e Abnormal Family non fa eccezione. Però una cosa sorprende: la visione comico-assurda del trantran quotidiano, noioso e ripetitivo, che la “famiglia anormale” (con a capo un irriconoscibile Ren Osugi, che poi diverrà attore prolificissimo per numerosi registi, fra cui Kitano Takeshi) subisce senza colpo ferire. Tutti sembrano manichini che vivono la loro vita all’interno di una enorme bolla di sapone. Il sesso non è tanto una liberazione o uno sfogo,ma uno dei tanti elementi noiosi di una vita monotona. Simpatico il riferimento al cinema di Ozu, con le riprese ad altezza tatami che ne richiamano palesemente lo stile. Da vedere solo per curiosità.

Altra incursione nel cinema dei fratelli Hui: qui facciamo un salto in avanti di ben 12 anni rispetto a The Private Eyes e Michael Hui non cura più la regia (affidata in questo caso a Clifton Ko). La comicità non ne risente affatto e anzi, le gag si susseguono senza sosta in un turbinio di situazioni che portano lo spettatore a non avere tregua e a ridere dall’inizio alla fine. Il film narra delle disavventure di un piccolo ristorante di anatre arrosto alle prese con i controlli del servizio igiene e con la concorrenza di una specie di McDonald’s che ha aperto i battenti proprio di fronte, sull’altro lato della strada. Una comicità sì di grana grossa ma capace contemporaneamente di fotografare con acume e critica sociale la vita e le emozioni del popolo dell’ex colonia britannica. Pure in questo caso si sprecano i momenti indimenticabili: da menzionare perlomeno la lotta fra mascotte dei due ristoranti, con Michael e Ricky Hui a darsele di buona lena travestiti rispettivamente da anatra e pollo, e la sequenza del controllo igiene coi topi che cadono dal soffitto e i dipendenti del ristorante che cercano di nasconderli nei modi più assurdi e spassosi!!
 

Senza parole. Dedicherò il mio prossimo post a questo CAPOLAVORO di Hiroki Ryuichi. Comunque, il più bel film che ho visto al Feff da qualche anno a questa parte.
 
Una piccola sorpresa, forse non del tutto riuscita ma meritevole d’attenzione (a partire dai bellissimi titoli di testa). Un film ad incastro con quattro episodi che parlano dell’amore e delle sue inevitabili complicazioni. Forse latita un po’ il ritmo, specie all’inizio con quei lunghi piano-sequenza a seguire i due protagonisti che camminano e scherzano, e anche una certa originalità d’insieme (se non fosse per lo stile di regia, molto diverso, parrebbe un film di Wong Kar-wai: stesse tematiche, stessi giochi delle parti), però lo sforzo di realizzare qualcosa di nuovo c’è e si vede. Ed una Hong Kong fotografata così non si era forse mai vista. Menzione speciale alla cantante-attrice Kay Tse, protagonista del secondo episodio, che ricorda l’innocenza e l’ingenuità della Faye Wong di Hong Kong Express, e ai due registi esordienti nel lungometraggio Jimmy Wan e Derek Tsang, figlio di Eric (che qui appare in un breve ruolo nel terzo episodio).

Feff 13_ prima parte

Eccomi qua. Tornato dopo aver passato 3 giorni (anzi, per la precisione, due e mezzo) fuori e dentro il Teatro Giovanni da Udine (location principale del Far East Film Festival).

Visti quasi 10 film. Si poteva forse fare di più ma lo spirito con cui siamo andati al Feff non era quello di battere il record del film visti o di entrare nel guinness dei primati, ma passare qualche giorno in relax, fra proiezioni, bancarelle di dvd, libri e magliette e chiaccherate con amici cinefili provenienti da tutta Italia. Obiettivo, questo, raggiunto in pieno!

Ringrazio, fra gli altri, Alabama e il suo amico Andrea che sono stati una piacevole compagnia durante il nostro soggiorno friulano ^_^

And now… i film!  (rigorosamente in ordine di visione):

MY DEAR DESPERADO

Inizio col botto. Questa commedia coreana funziona alla grande, trama semplice semplice ma funzionale alle schermaglie fra i due protagonisti, un giovane donna in carriera che entra ed esce da colloqui di lavoro dopo che la sua ditta è andata in fallimento e lei si è trasferita provvisoriamente in un monolocale, e un gangster scapestrato che passa le giornate a cazzeggiare. Regia classica, attori perfettamente in ruolo (Park Joong-Hoon è l’asso nella manica del film, senza la sua presenza scenica e la sua “faccia da sberle” non sarebbe stato lo stesso). Una bella sorpresa. Peccato solo per il post-finale posticcio e buonista.

BUDDHA MOUNTAIN

Spaccato generazionale dal piglio documentaristico che ritrae senza fronzoli (ma non tralasciando alcuni momenti di poesia visiva) un trio di amici, due maschi e una femmina, che si muovono alla ricerca di un futuro migliore. O anche solo di un futuro, punto e basta. Sulla loro via incontreranno una signora di mezza età (la sempre bravissima Silvia Chang) che vive nel solo ricordo del figlio morto. Si aiuteranno a vicenda. Sempre in bilico fra un passato doloroso e un futuro incerto, la regista Li Yu tratteggia con estrema cura e con un forte pessimismo di fondo la vita di quattro persone sole nella Cina contemporanea. Un road-movie esistenzialista. Forse un po’ pesantino ma ha il suo perché.

THE LADY SHOGUN AND HER MEN

Visto solo fino a metà. Dopo circa un’ora la pellicola si è interrotta ed è ripartita 10 minuti dopo. Troppo tardi, eravamo già usciti. Non che il film non fosse anche godibile, anzi. Questa storia fantasiosa dove la società giapponese feudale è composta quasi esclusivamente da donne  e i pochi uomini rimasti sono tutti concubini o servi all’interno della corte dello Shogun (femmina, naturalmente) da ampio spazio a momenti comici e a battute sul sesso debole. Purtroppo però il tutto è girato a mo’ di drama (poca cura nei dettagli, regia frettolosa, fotografia al minimo indispensabile, dialoghi a volte imbarazzanti) e la sensazione di finto pervade tutto il film. O almeno, tutta la prima parte.

THE SEASIDE MOTEL

Pulp-giapponese che richiama un po’ il tarantiniano Four Rooms. Diretto con mano sicura da Moriya Kentaro, il film racconta le peripezie dei clienti del Seaside Motel, un albergo situato in mezzo alle montagne (a dispetto del nome) e nel quale ne succedono di tutti i colori. C’è il giovane rappresentante di una crema di bellezza che si innamora di una prostituta, c’è una resa dei conti fra yakuza, ci sono due poliziotti imbranati, c’è uno strano torturatore che usa come arma il tagliaunghie, e via discorrendo. Altalenante come qualità ma di certo non ti annoi, anche grazie ad un montaggio incalzante e a delle scenografie veramente fantasiose (le camere, all’interno delle quali è ambientato circa il 90% del film, sono arredate in maniera talmente kitsch che diventano protagoniste insieme agli attori).

THE PRIVATE EYES

Inserito all’interno della retrospettiva dedicata al cinema comico asiatico (ASIA LAUGHS!), questo piccolo capolavoro hongkonghese ci porta direttamente negli anni ’70 e ci mostra al lavoro colui che è considerato unanimamente come il Maestro della moderna commedia cinese: Michael Hui (presente a Udine con la moglie e la piccola nipotina). E’ stato lui, coadiuvato dai suoi fratelli (Sam e Ricky), ha codificare un certo stile, un certo modo di intendere il cinema comico che sarà poi portato in auge verso la fine degli anni ’80 e tutti i ’90 dal suo erede conclamato, cioè Stephen Chow. In The Private Eyes, dopo un incipit nel quale scene di traffico cittadino fanno da sfondo ai titoli di testa (il tutto condito da una famosissima canzone di Sam Hui, che narra della precarietà della vita hongkonghese di quegli anni), seguiamo le vicende di un gruppo di investigatori privati sbadati e spesso incompetenti alle prese con vari clienti (dalla moglie tradita al commerciante vittima di continui furti). Al di là della compattezza dell’insieme, alcuni momenti sono divertentissimi. Da citare perlomeno il combattimento nelle cucine, con Michael Hui che imita Bruce Lee utilizzando però come “nunchaku” un paio di salsicce (!) e la lezione di cucina che si trasforma in una esilarante session di aerobica.

to be continued...