Feff 13_ prima parte

Eccomi qua. Tornato dopo aver passato 3 giorni (anzi, per la precisione, due e mezzo) fuori e dentro il Teatro Giovanni da Udine (location principale del Far East Film Festival).

Visti quasi 10 film. Si poteva forse fare di più ma lo spirito con cui siamo andati al Feff non era quello di battere il record del film visti o di entrare nel guinness dei primati, ma passare qualche giorno in relax, fra proiezioni, bancarelle di dvd, libri e magliette e chiaccherate con amici cinefili provenienti da tutta Italia. Obiettivo, questo, raggiunto in pieno!

Ringrazio, fra gli altri, Alabama e il suo amico Andrea che sono stati una piacevole compagnia durante il nostro soggiorno friulano ^_^

And now… i film!  (rigorosamente in ordine di visione):

MY DEAR DESPERADO

Inizio col botto. Questa commedia coreana funziona alla grande, trama semplice semplice ma funzionale alle schermaglie fra i due protagonisti, un giovane donna in carriera che entra ed esce da colloqui di lavoro dopo che la sua ditta è andata in fallimento e lei si è trasferita provvisoriamente in un monolocale, e un gangster scapestrato che passa le giornate a cazzeggiare. Regia classica, attori perfettamente in ruolo (Park Joong-Hoon è l’asso nella manica del film, senza la sua presenza scenica e la sua “faccia da sberle” non sarebbe stato lo stesso). Una bella sorpresa. Peccato solo per il post-finale posticcio e buonista.

BUDDHA MOUNTAIN

Spaccato generazionale dal piglio documentaristico che ritrae senza fronzoli (ma non tralasciando alcuni momenti di poesia visiva) un trio di amici, due maschi e una femmina, che si muovono alla ricerca di un futuro migliore. O anche solo di un futuro, punto e basta. Sulla loro via incontreranno una signora di mezza età (la sempre bravissima Silvia Chang) che vive nel solo ricordo del figlio morto. Si aiuteranno a vicenda. Sempre in bilico fra un passato doloroso e un futuro incerto, la regista Li Yu tratteggia con estrema cura e con un forte pessimismo di fondo la vita di quattro persone sole nella Cina contemporanea. Un road-movie esistenzialista. Forse un po’ pesantino ma ha il suo perché.

THE LADY SHOGUN AND HER MEN

Visto solo fino a metà. Dopo circa un’ora la pellicola si è interrotta ed è ripartita 10 minuti dopo. Troppo tardi, eravamo già usciti. Non che il film non fosse anche godibile, anzi. Questa storia fantasiosa dove la società giapponese feudale è composta quasi esclusivamente da donne  e i pochi uomini rimasti sono tutti concubini o servi all’interno della corte dello Shogun (femmina, naturalmente) da ampio spazio a momenti comici e a battute sul sesso debole. Purtroppo però il tutto è girato a mo’ di drama (poca cura nei dettagli, regia frettolosa, fotografia al minimo indispensabile, dialoghi a volte imbarazzanti) e la sensazione di finto pervade tutto il film. O almeno, tutta la prima parte.

THE SEASIDE MOTEL

Pulp-giapponese che richiama un po’ il tarantiniano Four Rooms. Diretto con mano sicura da Moriya Kentaro, il film racconta le peripezie dei clienti del Seaside Motel, un albergo situato in mezzo alle montagne (a dispetto del nome) e nel quale ne succedono di tutti i colori. C’è il giovane rappresentante di una crema di bellezza che si innamora di una prostituta, c’è una resa dei conti fra yakuza, ci sono due poliziotti imbranati, c’è uno strano torturatore che usa come arma il tagliaunghie, e via discorrendo. Altalenante come qualità ma di certo non ti annoi, anche grazie ad un montaggio incalzante e a delle scenografie veramente fantasiose (le camere, all’interno delle quali è ambientato circa il 90% del film, sono arredate in maniera talmente kitsch che diventano protagoniste insieme agli attori).

THE PRIVATE EYES

Inserito all’interno della retrospettiva dedicata al cinema comico asiatico (ASIA LAUGHS!), questo piccolo capolavoro hongkonghese ci porta direttamente negli anni ’70 e ci mostra al lavoro colui che è considerato unanimamente come il Maestro della moderna commedia cinese: Michael Hui (presente a Udine con la moglie e la piccola nipotina). E’ stato lui, coadiuvato dai suoi fratelli (Sam e Ricky), ha codificare un certo stile, un certo modo di intendere il cinema comico che sarà poi portato in auge verso la fine degli anni ’80 e tutti i ’90 dal suo erede conclamato, cioè Stephen Chow. In The Private Eyes, dopo un incipit nel quale scene di traffico cittadino fanno da sfondo ai titoli di testa (il tutto condito da una famosissima canzone di Sam Hui, che narra della precarietà della vita hongkonghese di quegli anni), seguiamo le vicende di un gruppo di investigatori privati sbadati e spesso incompetenti alle prese con vari clienti (dalla moglie tradita al commerciante vittima di continui furti). Al di là della compattezza dell’insieme, alcuni momenti sono divertentissimi. Da citare perlomeno il combattimento nelle cucine, con Michael Hui che imita Bruce Lee utilizzando però come “nunchaku” un paio di salsicce (!) e la lezione di cucina che si trasforma in una esilarante session di aerobica.

to be continued...

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