su_Kamikaze Taxi

Rivisto qualche giorno fa, nascosto all’interno di quella cosa obsoleta e ormai quasi sconosciuta che si chiama VideoCD (VCD), ha mantenuto intatta la sua forza narrativa e il suo strano ma magnetico appeal.

Partendo da un intro documentaristico con venature sociali e politiche (nello stile tipico del futuro regista di Bounce KO Gals e Spellbound), Harada Masato ci regala la sua versione di uno dei generi chiave dell’intera cinematografia mondiale: il road-movie. Protagonisti sono un ragazzo inseguito dalla yakuza per aver tentato di vendicarsi dell’uccisione della sua ragazza e un tassista nippo-peruviano apparentemente ingenuo e dal passato irrisolto.

Accompagnato dalle note del flauto di pan, il racconto si sviluppa in maniera decisamente particolare: dopo l’incipit a mo’ di docu-fiction (durante il quale scorrono i titoli di testa), ci viene presentata la scapestrata vita di Tatsuo, il rapporto con gli amici, con l’altro sesso, l’ingresso nella yakuza… fino ad arrivare al momento culminante che scatenerà il repentino cambio di vita del giovane protagonista (l’uccisione, rappresentata in maniera molto cruda e realistica, della sua ragazza).

Il tentativo di vendetta perpetuato ai danni dello stesso clan a cui lui stesso apparteneva si trasforma in un incubo e  il ragazzo si trova a dover scappare in lungo e in largo per il Giappone. Ed è qui, a quasi un’ora dall’inizio del film, che fa la sua comparsa il secondo protagonista interpretato da Yakusho Koji, perfettamente a suo agio in un ruolo atipico ma costruito su misura per lui (non a caso inizierà da questo film una lunga collaborazione con il regista, diventandone praticamente l’attore feticcio).

Lo spaesato taxista porterà il ragazzo ad Izu, dalla tomba della madre, per poi continuare assieme un viaggio che cercherà di dare un senso alle vite di entrambi.

Il punto di forza di un film come Kamikaze Taxi è il suo rimanere sempre in bilico fra eccessi narrativi e stilistici (le esplosioni di violenza, il frequente utilizzo della camera a mano, il compiacimento verso certi atteggiamenti ambigui) e attimi di calma e  serenità (che contraddistinguono soprattutto i momenti vissuti in compagnia del tassista, quasi un
padre putativo per il giovane Tatsuo). Questo “strano equilibrio”, potenziato anche dal binomio documentario/fiction, trasforma una storia alquanto bizzarra in un dramma esistenzial-generazionale di inusuale potenza.

Il memorabile braccio destro del boss yakuza, tanto spietato quanto sensibile alla poesia della musica, è interpretato da Mickey Curtis.

Un film ingiustamente poco conosciuto che merita di essere riscoperto.

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The Sketch of Mujo

Vengo a conoscenza tramite il blog dell’amico Sonatine  di questo instant-documentary sulla devastazione causata dal tremendo tsunami che ha colpito il Giappone l’11 marzo scorso, scritto e diretto da Ōmiya Kōichi.

Al di là della qualità intrinseca del film, credo sia da vedere anche solo per comprendere la portata di ciò che è accaduto.

Questo è il sito ufficiale: http://mujosobyo.jp/

Qui invece potete vedere il trailer

su_Un anno vissuto pericolosamente

Un anno vissuto pericolosamente è un film del 1983 diretto da Peter Weir.

Weir è uno di quei (pochi) registi che non mi hanno praticamente mai deluso. Anche quando realizza opere imperfette (prendo il caso di Mosquito Coast) imprime sui film un marchio che rimane indelebile e rispecchia lo stile che lo caratterizza: un narratore capace di raccontare, per immagini e suoni, l’uomo (spesso debole, con le sue passioni e idiosincrasie), la natura (a volte pacifica, a volte violenta, sempre misteriosa) e il destino (il più delle volte già segnato ma che i protagonisti cercano con tutta la loro energia di cambiare).

In questo caso, il reporter australiano Guy Hamilton (un giovane Mel Gibson) viene spedito a Giacarta per sostituire un suo collega che è dovuto partire improvvisamente. Lasciato solo e senza contatti, Hamilton non è in grado di cavare un ragno dal buco finché non incontra il foto-cineoperatore Billy Kwan (interpretato da una donna, Linda Hunt, che per questo ruolo vinse un Oscar), ben inserito in quel mondo e pieno di agganci politici e militari. Fra di loro nasce una strana amicizia, una simbiosi che pare quasi architettata dallo stesso Billy, personaggio interessante e moralmente integro (seppur ambiguo in certi suoi comportamenti).

Hamilton  resterà coinvolto in una liaison amorosa con una affascinante diplomatica britannica (Sigourney Weaver) e verrà a contatto con la povertà di un Paese, l’Indonesia, sull’orlo della guerra civile.

Ricordato come uno dei migliori esempi di “cinema & giornalismo”, il film di Peter Weir affascina soprattutto grazie al sapiente uso della voce narrante (Billy) che presenta (rielaborandone i pensieri) gli avvenimenti e i personaggi coinvolti in questa storia.

Fotografia eccelsa di Russell Boyd (collaboratore del regista fin dai tempi di Picnic at Hanging Rock), musica di Maurice Jarre.

su_Sky Crawlers

Il cinema di Oshii Mamoru è riconoscibile fin dalle prime inquadrature. Un cielo nuvoloso. Un coro giapponese come sottofondo musicale. Un cane che scodinzola. E quell’atmosfera sospesa, irrisolta, apparentemente vuota ma intrisa di profonde inquietudini e domande esistenziali.

Accade in Lamù Beautiful Dreamer, in Ghost in the Shell, in Avalon, in Jin-Roh (del quale Oshii non era regista ma produttore e sceneggiatore) e succede pure in questo ennesimo capolavoro: THE SKY CRAWLERS (film realizzato dalla Production I.G., musiche di Kawai Kenji e soggetto di Hiroshi Mori, tratto dal suo omonimo romanzo).

Pochi personaggi ruotano attorno ad una guerra-giocattolo, unica possibilità di vivere senza perdere quell’illusione di pace che serve al mondo per andare avanti. Attori di questo “gioco primitivo” sono dei bambini, dei ragazzini che vengono creati appositamente per dare vita a questo universo parallelo ad uso e consumo della popolazione “vera”, quella cioè degli adulti, delle persone che invecchiano. I kildren (geniale unione di “kill” e “children”), invece, non invecchiano mai. Mantengono la loro giovinezza infantile (pur comportandosi da adulti nei modi e in certi atteggiamenti, anche sessuali) fino a che non vengono annientati dagli avversari. Per poi ricominciare, come se nulla fosse successo, complici inconsapevoli di un destino che si ripete inesorabilmente.

“Il professore”, l’unico pilota adulto (che combatte a fianco degli avversari), è il burattinaio. Non si vede mai ma ha un ruolo nella vita e nella morte di ognuno dei protagonisti. Che, ad un certo punto (come accadeva in Ghost in the Shell) iniziano a farsi delle domande e a non sostenere più il peso di una vita insensata come quella.

Una vita creata per illudere la gente che stiamo vivendo in un mondo che lotta per la pace. Significativa, in questo senso, la spiegazione del comandante Kusanagi: “Se la gente non vede morti veri in televisione, se la sofferenza non viene mostrata, la pace non può essere mantenuta e il suo stesso significato viene dimenticato”.

Ah, dimenticavo. E’ solo un cartone animato.

su_Throw Down

I play Sugata Sanshiro, you play Higaki“. Basterebbe questa frase, pronunciata più volte nell’arco dei 95 minuti del film dal figlio ritardato del Maestro Cheng, per capire da chi Johnnie To prende spunto e chi desidera omaggiare con questa sua opera che parla di judo ma non solo: Akira Kurosawa (che iniziò la sua carriera registica, nel 1943, proprio con il film “Sugata Sanshiro“).

Ma come spesso accade quando c’è di mezzo To e la Milkyway Image, il film esce immediatamente dai confini di genere e viene proiettato attraverso una contaminazione che comprende il noir, il melodramma e la storia d’amicizia casuale fra persone in deficit di emozioni, di sentimenti, di coraggio e di voglia di vivere.

La storia è presto detta: tre personaggi, dalle vite irrisolte e con notevoli problemi sul groppone, si incontrano casualmente (o quasi) e provano a cambiare in meglio la loro vita. Ma senza farlo consapevolmente. I loro desideri sono altri. Per Mona (Cherrie Ying), mandata via di casa, è trovare un lavoro di cantante nel locale di Sze-To. Per Tony (Aaron Kwok) è migliorarsi ossessionatamente nella pratica del judo  sfidando qualsiasi persona gli si pari di fronte (ma il suo obiettivo è Sze-To).

Per Sze-To (Louis Koo), ex campione di judo perennemente annebbiato dall’alcol, invece è solo questione di sopravvivenza. Ma l’arrivo inaspettato degli altri due darà pure a lui la carica per riprendere in mano la propria vita.

La caratterizzazione dei tre protagonisti è particolarmente azzeccata e concorre, assieme all’ottima fotografia e alla regia sempre in grado di sfornare una manciata di scene madri che resteranno negli annali del cinema per molto tempo (vedi la fuga notturna dal casinò con i soldi che svolazzano per le strade di HK, la concitata scena di dialogo nel locale che si trasforma in un enorme rissa a suon di judo, la poetica e simbolica parentesi del palloncino rosso incastrato sull’albero), alla riuscita di questo piccolo indefinibile capolavoro del 2004.

Una storia all’apparenza stramba ma in realtà profonda e toccante, realizzata da Johnnie To con grande cura… nonché un potente omaggio all’arte marziale giapponese fondata da Jigoro Kano.