CineVolti #1

Nuova sezione dedicata ai volti del cinema.

Iniziamo da un caratterista giapponese che negli anni si è fatto riconoscere in molti film (specie in quelli di Kitano Takeshi).

Nome e Cognome_ Susumu Terajima
Nato_ 12 novembre 1963 (Tokyo)
Filmografia essenziale_ Violent Cop/ Sonatine/ Hana Bi/ After Life/ Brother/ Distance/ The Blessing Bell

 

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cine_memories #2

Ci sono film che ti restano dentro. A questa categoria appartengono quei film, quella manciata di pellicole che si possono vantare di essere le prime che uno ha la fortuna o sfortuna di vedere. Da piccolo, tranne Biancaneve e i sette nani (visto al cinema… ma non nel ’38 eh!), i primi film in vhs che ricordo di aver visto appartengono ad un genere che, seppur interessante, non è mai stato il mio preferito in assoluto. Però è stato il primo che ho associato alla parola “cinema” e quindi un po’ ci sono affezionato: parlo della fantascienza.

Ricordo bene quando, ancora ragazzino, vidi e rividi 3 film noleggiati da una piccola videoteca poco lontano da casa: E.T. l’extraterrestre di SpielbergRitorno al Futuro di Zemeckis e The Philadelphia Experiment di  (veloce capatina su wikipedia…) tale Stewart Raffill.

I primi due, ok, li conosciamo tutti e sono due ottimi film, capisaldi della cinematografia anni ’80 e uniti fra loro dal nume tutelare di Steven Spielberg. Ma il terzo? Chi l’ha mai più sentito nominare? Ok, vada per il regista… ma, e gli attori protagonisti chi erano? Michael Paré e Nancy Allen. Alzi la mano chi se li ricorda. Non proprio due sconosciuti ma di certo due meteore… il primo ha avuto il culmine di successo (si fa per dire) con Strade di Fuoco di Walter Hill e la seconda con la partecipazione ad alcuni film del suo ex-marito Brian De Palma (fra cui Blow Out).

Il film in realtà non era poi così male. Qualche spunto carino l’aveva (il tema dello sfasamento spazio-temporale è sempre affascinante e funziona anche se la regia non è di prim’ordine) e una certa atmosfera riusciva pure a crearla. Fra le altre cose, uno dei produttori era niente di meno che John Carpenter e chissà cosa sarebbe diventato se a dirigerlo fosse stato lui!

Ma così non fu e la pellicola rimase modesta. Nei miei ricordi, però, fa parte di un trio d’eccezione e a guadagnarne è solo e soltanto il film di (com’è che si chiamava? ah sì…) Raffill.

Departure

Ultimamente il caso ha voluto che m’imbattessi più volte in ciò che, specie qui in Occidente, viene ancora visto come un tabù: la morte o, più precisamente, la cerimonia che saluta l’addio di una persona. Parlo del funerale, in tutte le sue varianti culturali.

Dopo aver visto recentemente uno dei film che meglio raccontano (con sarcasmo e spregiudicatezza) tale momento della vita, “Ososhiki / The Funeral” di Itami Juzo, ieri ho partecipato al funerale del padre di un amico d’infanzia… e tale drammatico evento è accorso proprio nei giorni in cui ero preso nella lettura del toccante “Al tempo di papà“, romanzo a fumetti semi-biografico di Taniguchi Jiro.

E in questa atmosfera autunnale mi sono tornati alla mente i film che trattano chi con delicatezza, chi con ironia, questo momento ultimo della vita di ognuno di noi. L’incipit de “Il Grande Freddo” di Kadsdan e l’inizio del malinconico “Love Letter” di Iwai, il memorabile finale de “L’uomo che amava le donne” di Truffaut, per non parlare del cupissimo dramma generazionale, a firma Sidney Lumet, “Onora il padre e la madre”.

Oppure quello che fa da “colonna visiva” a questo intenso brano composto (e diretto) da Hisaishi Joe (“Departures / Okuribito“):

 

su_University of Laughs

No, non è un blog dedicato al cinema giapponese. Potrebbe sembrarlo, visti gli ultimi argomenti trattati.

In realtà è solo colpa del caso, del destino, che  ancora una volta mi porta ad incrociare, pochi giorni dopo la visione di Kamikaze Taxi, un altro film nipponico. E ad interpretarlo (guarda caso) troviamo l’onnipresente Yakusho Koji.

Questa volta però non si tratta di una piacevole ri-visione bensì di un film lasciato decantare a lungo (forse troppo) e ieri, a causa di un contrattempo legato ad un altro film (sì, sempre giappo…), recuperato in extremis per salvare la serata.

“Warai no daigaku” (questo il titolo originale) è davvero sorprendente. Io solitamente non amo i film dal sapore e dallo stile troppo “teatrale”. Della serie, il cinema è cinema  e il teatro è teatro. Possiamo confondere, mischiare, far interagire i due livelli espressivi ma con moderazione.

Poi però vi sono le eccezioni: La parola ai giurati di Sidney Lumet, Mishima di Paul Schrader, Festa di compleanno per il caro amico Harold di W.Friedkin. E University of Laughs di Hoshi Mamoru (scritto da Koki Mitani).

La storia è presto detta. Nel Giappone anni ’40, in pieno periodo bellico, qualsiasi opera (teatrale-cinematografica-letteraria) veniva sottoposta preventivamente ad attenti e scrupolosi controlli al fine di eliminare qualsiasi riferimento sconveniente o anche solo lontanamente inopportuno. Insomma, le famigerate maglie della censura.

Tsubaki Hajime (interpretato dallo SMAP Goro Inagaki), giovane sceneggiatore/regista della compagnia teatrale “Warai no daigaku”, dovrà confrontarsi quotidianamente con il nuovo censore Sakisaka Mutsuo (Yakusho Koji) al fine di far accettare il suo script e poterlo così portare in scena. Ci riuscirà?

Due attori, una stanza. Questo è quanto appare sullo schermo per il 90% delle due ore di durata. E, salvo qualche lungaggine tipica del cinema asiatico tutto, il film funziona ed è uno spasso. La regia è totalmente funzionale allo script millimetrico di Koki Mitani (autore di celebri film corali come Welcome back, Mr. McDonald – The Uchoten Hotel – The Magic Hour) e gli attori reggono da soli l’intero impianto narrativo con notevole impegno e risultati eccellenti.

Un’opera divertente e istruttiva, consigliatissima e da vedere tutta d’un fiato.