su_Le Idi di Marzo

Alan J.Pakula, Sidney Pollack e Robert Redford. Ma anche De Palma e Memories of Murder. Questi i riferimenti cinematografici che mi sono venuti in mente mentre guardavo il bel film di George Clooney (Le Idi di Marzo), attualmente nelle sale italiane.

Ma cominciamo dal principio.

Ho letto che Clooney era da tanto che pensava di realizzare questo film (basato sul lavoro teatrale Farragut North di Beau Willimon) e l’idea gli è nata più o meno nello stesso periodo in cui Obama si stava affacciando alle presidenziali. Non volendogli mettere i bastoni fra le ruote, ha accantonato il progetto per un po’. E, in tutta verità, credo abbia fatto la scelta giusta: la rappresentazione che Clooney dà della politica americana e, specialmente, dei democratici è tutt’altro che incoraggiante.

Perché uno degli elementi migliori del film è proprio il non avere a che fare con l’eterna lotta fra buoni e cattivi (di solito rispettivamente i democratici e i repubblicani) ma il navigare all’interno delle torbide acque di un solo partito. Una specie di analisi antropologica brutale e senza speranze delle “primarie” del partito democratico.

Ryan Gosling è un devoto del candidato Clooney. Lavora per lui perché crede in lui, è convinto della sua “purezza” e, insieme al suo capo (Philip Seymour Hoffman), ha costruito un ufficio stampa vincente. Ad un certo punto però accade l’inevitabile. Il mito (Clooney) inciampa ma per terra ci va lui, Gosling, che viene immediatamente licenziato. Riuscirà ad alzarsi pur avendo perso il suo punto di riferimento?

Da un certo punto di vista sembra di essere tornati al cinema degli anni ’70, quello appunto di Pakula (Perché un assassinio?Tutti gli uomini del presidente) e Pollack (I tre giorni del Condor).

Ryan Gosling, che ci assicura (se ce ne fosse bisogno) che Drive non ha rappresentato un caso fortuito della sua bravura ed ecletticità, richiama alla mente il Robert Redford degli anni d’oro (energico, idealista, confuso) ma con una spruzzata di cinismo tipico dei tempi che corrono. Probabilmente, nei ’70, Gosling sarebbe uscito di scena, sornione, alla Jena Plissken in Fuga da NY. In questo caso, invece, la conclusione è decisamente molto più  pessimista (fra l’altro, visivamente, ricorda il finale del coreano Memories of Murder di Bong Joon-Ho, con il faccione di Song Kang-Ho che guarda dritto verso di noi: uno sguardo, come quello di Gosling, che racconta meglio di mille parole).

I comprimari sono d’eccezione, dal già citato Seymour Hoffman a Paul Giamatti, da Marisa Tomei a Evan Rachel Wood, e la regia, pur nella sua classicità, non è banale, ha un buon ritmo e riesce ad inanellare anche una serie di inquadrature/momenti che non ti aspetteresti.

Insomma, il giusto film per chi ama il buon cinema politico, made in Hollywood, che non si abbandona alla nostalgia di un tempo ma lo aggiorna con gli ingredienti tipici di questa prima parte di millenio.

PS: non ho ancora detto dove ho “visto” il riferimento a De Palma, lo so… ma non volevo svelare troppo della trama… diciamo che mi ha ricordato il finale di Blow Out 😉

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Poster_Kyoto Story

Ecco il suggestivo poster “disegnato” di Kyoto Story, l’ultimo film dell’ottantenne Yamada Yoji, co-diretto assieme a Tsutomu Abe e girato in stretta collaborazione con gli studenti della Ritsumeikan University di Kyoto:

ReceMix #5

  • Lost Paradise  –  Semi-sconosciuto in Occidente, questo melodramma giapponese (tit.orig. Shitsurakuen) ha avuto un discreto successo all’epoca della sua uscita (1996). Tratto da un racconto di Junichi Watanabe ed interpretato con notevole dedizione dai due protagonisti (il sempre ottimo Yakusho Koji e Hitomi Kuroki, che grazie a questa interpretazione ha vinto il Japanese Academy Prizes, l’Oscar nipponico) il film racconta della travolgente passione extraconiugale tra un redattore di mezza età ed una giovane tipografa e della decisione finale di suicidarsi insieme (riportando in auge il classico tema giapponese del doppio suicidio d’amore, già portato sullo schermo nel 1969 da Masahiro Shinoda). Un film strano, fuori dalle mode, pervaso da un’atmosfera rarefatta, composto da inquadrature poco convenzionali e tempi dilatati.

  • Will Hunting  –  Rivisto dopo molti anni (forse dall’epoca dell’uscita nei cinema), il film di Gus Van Sant è invecchiato molto bene ed è uno dei pochi esempi di buon equilibrio fra cinema indipendente e major USA. La sceneggiatura (premiata agli Oscar) scritta dagli stessi Damon e Affleck solo in superficie è il classico canovaccio di formazione… in realtà nasconde ottimi spunti di riflessione non banali e i dialoghi piuttosto schietti vanno al di là del perbenismo hollywoodiano. Robin Williams è in parte e non gigioneggia esageratamente, mostrando finalmente ciò di cui è capace. Ottima performance della giovane Minnie Driver.

  • Kiseki / I Wish –  Come ogni film di Koreeda Hirokazu anche questo Kiseki mostra enormi potenzialità ma anche una mancanza di sintesi che porterebbe a mio avviso ad una migliore fruizione. I pregi superano di gran lunga i difetti, sia chiaro. Ad esempio è stupefacente  la capacità di Koreeda e del suo staff di dirigere i bravissimi bambini protagonisti (quasi assoluti) del film. Tale sensibilità l’aveva già ampiamente dimostrata col precedente ed acclamato Nobody Knows ma ogni volta ha dell’incredibile. Pecca solo di un’eccessiva lunghezza nella parte centrale (complice lo stile semi-documentaristico tipico di Koreeda) che affatica leggermente la visione. Ad ogni modo, un delicato e profondo film sui rapporti d’amicizia e di famiglia nel Giappone moderno che diventa, nell’ultima mezzora, cinema “on the road”.
  •  Drive  –  Dopo che tutti ne hanno parlato e lo hanno recensito, arrivo anch’io! Mi piacerebbe poter dire (per uscire dal coro) che dissento da tutti e lo considero una mezza ciofeca ma non lo farò. Mi tocca anzi re(in)censirlo utilizzano i toni entusiastici di tutti. Un film davvero epocale, e lo si capisce fin dalle prime scene dove il regista vuole andare a parare. Un noir moderno (con punte thriller e horror di grande impatto emotivo) che prende spunto dai capolavori e dai maestri del genere (Mann, Friedkin, W.Hill… ma anche Nick Ray e Fuller) senza per questo trasformarlo in un clone senza vita. Grande cinema. E di questi tempi è raro trovarne.