su_Homicide

Chi mi conosce sa che ho un debole per David Mamet. Nel senso che amo il suo modo di scrivere per il cinema ed apprezzo la sua regia, semplice ma efficace nel tratteggiare una storia che ha (quasi) sempre a che fare con doppi e tripli giochi, sia che essi siano di tipo politico, esistenziale, religioso o morale. “La casa dei giochi“, il suo primo film da regista, ne è ancora l’emblema perfetto.

Con Homicide si torna a calpestare lo stesso territorio del suo film d’esordio, anche grazie alla costante presenza del suo attore feticcio (Joe Mantegna).

Bobby Gold è un detective della squadra omicidi di New York esperto in negoziazioni. Il caso dell’omicidio di una vecchia signora ebrea lo porta a dover affrontare, senza più nascondersi, la propria identità (è anch’egli di origine ebrea) e confrontarsi con se stesso e con le proprie paure. Il mezzo per arrivare alla piena consapevolezza di sé non sarà però innocuo e rischierà di trascinarlo in un turbinio di eventi ben poco piacevoli.

La scrittura di Mamet riesce a caratterizzare in maniera eccellente ogni singolo personaggio (basti pensare al breve ma fulminante ruolo interpretato dalla futura moglie di Mamet, Rebecca Pidgeon) e la discesa agli inferi di Mantegna porta alla mente l’analogo processo di auto-distruzione di Lindsay Crouse in “La casa dei giochi”. Dapprima ignaro e anche piuttosto infastidito dal termine “ebreo” associato al suo nome, dal momento in cui viene a contatto con i suoi “simili” (pur non sapendo né leggere né parlare l’ebraico) cresce in lui il desiderio di far parte di un gruppo nel quale sentirsi parte integrante. Non è accaduto con la polizia, che lo vede come un debole (“al pari di una donna”, dice lui), e quindi la tentazione di lasciarsi andare è forte. Troppo forte. E questo lo porterà a commettere azioni che lasceranno un segno indelebile sulla propria vita.

Intrigante, affascinante e misterioso, Homicide mantiene quasi tutte le sue promesse. Pecca soltanto nella rappresentazione (un po’ troppo sbrigativa, a mio avviso) della progressione/regressione del protagonista da poliziotto indifferente a devoto della causa sionista. Questa pecca lascia un po’ l’amaro in bocca (poteva trasformarsi davvero in un piccolo capolavoro ) ma ciò non toglie che si tratti di un ottimo film, difficilmente catalogabile in un genere ben definito.

Un crime-mistery esistenzialista che ancora oggi colpisce per l’originalità dei temi trattati e per la cura della messa in scena (fotografia di Roger Deakins).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...