Nora Ephron

Non esistono molte registe donne da quando è nato il cinema, più di cent’anni fa. Ve ne sono sicuramente di più ora rispetto agli anni ’60 o ancora prima, quando si contavano sulle dita di una mano (Leni Riefensthal, Maya Deren…). Ma la parità dei sessi è ancora ben lontana. Il caso forse più eclatante, e anche il più recente, di rivincita delle “women directors” è l’Oscar vinto da Kathryn Bigelow nel 2011 superando tutti gli altri autori maschi, fra cui l’ex marito James Cameron.

Ecco perché la morte di Nora Ephron colpisce ancora di più. Non è solo la scomparsa di una sceneggiatrice e regista di buon talento, ma anche la scomparsa di una delle poche che sono riuscite a farcela davvero in un mondo prevalentemente maschile.

Nata nel 1941, la Ephron inizia la carriera collaborando alla sceneggiatura del film politico “Tutti gli uomini del presidente” di Alan J.Pakula (nella vita vera è stata infatti la moglie di Carl Bernstein, uno dei due giornalisti che hanno fatto esplodere il caso Watergate). Sebbene lo script non venga alla fin fine utilizzato per la versione definitiva del film, ormai il destino era segnato.

Come sceneggiatrice collabora con il regista Mike Nichols in due film, Silkwood e Heartburn, e soprattutto è la penna di una delle commedie romantiche più famose degli anni ’80: Harry ti presento Sally.

Nei ’90 si mette dietro la macchina da presa e raggiunge quasi subito il successo con il dittico Insonnia d’amore e C’è posta per te. L’ultimo lavoro è del 2009: Julie & Julia.

Muore per complicazioni legate alla malattia di cui soffriva, la leucemia, all’età di 71 anni.

[fonte photo: blogscreenweek]

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Moxy Creative Posters

Girovagando in rete, sono stato catturato da questi poster decisamente minimalisti, composti solo da pochi ma selezionati oggetti scenici o indumenti appartenuti ai protagonisti dei film citati.

Li conoscevate?

Mereghetti generation

Sì, è giunta l’ora di fare coming out. Uno dei miei punti di riferimento cinefilo, sfogliato e letto fino a disintegrare i sottilissimi fogli di cui era composto, è stato il Dizionario dei film di Mereghetti.

Non sono il solo, dal momento che si tratta del Dizionario di film più venduto in Italia. E sarà pure anacronistico, ora che ogni minima curiosità la si può soddisfare con un click, ma questo pezzo di carta (utile anche come strumento di difesa personale, data la voluminosità non indifferente) mi è stato di grande aiuto.

Le due edizioni che ho avuto fra le mani, quella del 1998 (con in copertina Tony Curtis e Marilyn nel capolavoro di Billy Wilder) e quella del 2000 (con la coppia Cruise-Kidman di Eyes Wide Shut), sono servite ad approfondire l’amore che nutro verso il cinema. Potrebbe apparire strano vedere associato alla parola dizionario il termine “approfondire”. Non c’è tempo (cioè, spazio) in una voce di un dizionario per discutere e disquisire su un tale film, snocciolando critiche negative o sperticate lodi. E’ tutto molto ristretto, limitato, stringato. A volte giusto una battuta, anche cattiva, atta a liquidare in fretta e furia un titolo ben poco interessante.

In questo senso il metodo utilizzato, il numero di stelline da 1 a 4 + il pallino vuoto che significava “film le cui alte aspettative si sono dimostrate totalmente disilluse”), era perfetto per liquidare o incensare alcuni film rispetto ad altri senza nemmeno a volte perdere tempo a leggere le motivazioni.

Ma il solo fatto di citare certi film, certi registi, certe cinematografie, mi ha aiutato a spalancare gli occhi verso l’altro. A non farmi abbagliare dall’ultimo blockbuster “made in Usa” e ad evitare di restare ancorati ad un cinema contemporaneo che di “nuovo” e “originale” ha ben poco.

Leggere e rileggere certe recensioni (tanto da impararle quasi a memoria) mi hanno dato il la per andare alla ricerca di alcuni film all’epoca introvabili.

La fanciulla cavaliere errante” (A touch of Zen) di King Hu, “Yakuza” di Sidney Pollack, “Duello a Berlino” di Powell & Pressburger, “Storia di fantasmi cinesi” di Ching Siu-tung, “Gli invasati” di Robert Wise, “La notte brava del soldato Jonathan” di Don Siegel, “La sparatoria” di Monte Hellman… sono solo alcuni dei film che, grazie al Mereghetti (e ai suoi collaboratori, come ad esempio Alberto Pezzotta), sono riuscito poi a recuperare-vedere-amare.

Certo, poi col passare del tempo (e con l’arrivo e l’accesso continuo ad internet) ti accorgi che forse certi commenti non erano proprio azzeccati o erano esempio di un esaltazione esagerata oppure di un odio non troppo giustificato, ti costruisci una tua cultura cinematografica che non sempre segue la direzione tracciata dal dizionario, capisci che chi scrive è prima di tutto uno spettatore con i suoi gusti e le sue preferenze.

Però non dimentichi. E sarebbe ingiusto non dare a Paolo ciò che è di Paolo (Mereghetti). Che, per inciso, è ancora vivo e vegeto e scrive sul Corriere… no perché, non vorrei che il tono di questo nostalgico post venisse ora malamente frainteso!

William Finley (1942-2012)

Tornando a De Palma, vengo ora a conoscenza della morte di William Finley, attore dei primi film del regista italo-americano.

Dal viso e dalla figura piuttosto inquietante, è ricordato soprattutto per l’interpretazione del Fantasma del Palcoscenico, dall’omonimo film del 1974.

Con Brian De Palma aveva già lavorato in Le due sorelle e, più tardi, farà una breve partecipazione in The Fury, ma il ruolo di Winslow Leach gli resterà addosso per tutta la vita.


 

 

 

su_Carlito’s way


Spesso e volentieri su Brian De Palma si sono alzate accuse di anacronismo. Lo split-screen (cioè la suddivisione dello schermo in più parti) è sempre stato un suo marchio di fabbrica (Le due sorelle, Blow Out) ma già negli anni ’90 c’era chi se ne lamentava, tacciandolo come un mezzo tecnico obsoleto e poco cinematografico.

L’utilizzo della voce narrante, pur essendo ancora in uso, è un altro di quei mezzi “old style” che richiamano subito certi noir anni ’40. Qui però stiamo parlando di un film del 1993, ambientato verso la metà/fine anni ’70.

Eppure, proprio la voce narrante (i pensieri di Carlito) è uno dei segni identificativi di quello che secondo me è uno dei capolavori degli anni ’90, nonché uno dei miei film preferiti in assoluto: Carlito’s way.

Il virtuosismo tipico di De Palma è tenuto moderatamente a bada da una sceneggiatura (di David Koepp, tratta da due romanzi di Edwin Torres) calibrata alla perfezione, capace di alternare battute fulminanti a silenzi che valgono mille parole.

Il modesto sogno di Carlito Brigante, gangster-spacciatore uscito precocemente di prigione (grazie all’aiuto di un avvocato mezzo invischiato con la malavita) che vuole rifarsi una vita è ostacolato prima di tutto dal mondo che lo circonda e nel quale non si riconosce più.

L’incipit che svela immediatamente le carte in tavolo (e preannuncia il finale) è sì spiazzante ma aiuta ad immergere lo spettatore nella giusta atmosfera: la speranza non è di casa e tutti gli sforzi per tornare a galla sono destinati a finire tragicamente.

Al Pacino, con il suo stile di recitazione secco e nervoso, offre un’interpretazione magistrale. Un ruolo crepuscolare che farà il paio con quello che qualche anno più tardi gli offrirà Michael Mann in Heat – la sfida. Non è da meno tutto il cast, a partire da un irriconoscibile (e dal ruolo decisamente irritante) Sean Penn.

De Palma = scene madri.
Ed infatti anche qui non mancano. Dalla scena del biliardo a quella, pre-finale, dell’inseguimento e sparatoria in stazione (che ricorda non a caso quella di uno dei suoi film precedenti: Gli Intoccabili).

O anche questa, meno adrenalinica, più romantica, ma pur sempre degna di un vero Maestro del cinema:

[poster by Gli Spietati]

Tarantino western

Ecco il primissimo trailer dell’ultimo film del buon Quentin: Django Unchained.


Un western che si mischia con la blaxploitation e che fa chiaramente il verso al cinema italiano (le ultime inquadrature lo svelano apertamente, con la comparsata del “nostro” Franco Nero).

Cast di tutto rispetto: Leonardo Di Caprio (che forse con Tarantino si smolla un po’ e rinuncia alla tipica espressione da bambino incacchiato, marchio di fabbrica degli ultimi lavori con Scorsese), Jamie Foxx, Christophe Waltz , Samuel L. Jackson… e una vagonata di comparsate eccellenti (as usual).

Uscita italiana: gennaio 2013

su_Cosmopolis (2012)

Ora ho capito. E’ tutta colpa di Howard Shore. Non è (soltanto) il genio di David Cronenberg, non sono le storie post-moderne e filosoficamente complicate, tanto meno le ottime interpretazioni dei singoli attori. Ciò che mi colpisce così tanto a livello emotivo quando guardo i film del regista canadese è la musica.

L’accoppiata Cronenberg-Shore inizia con la notte dei tempi, o per meglio dire con uno dei primissimi social-horror dei nostri, Brood la covata malefica (1979).
Prosegue poi con Videodrome, La Mosca, Il Pasto Nudo, Crash, eXistenZ e via discorrendo… tutti (o quasi) i film di Cronenberg portano l’inconfondibile veste sonora di Shore. E Cosmopolis, uscito recentemente nelle sale italiane, non fa eccezione.

Parlare di Cosmopolis non è facile. Si può sicuramente dire che è Cronenberg allo stato puro. Lo si nota da certe scelte stilistiche, dall’uso di ottiche grandangolari e di prospettive inusuali durante i numerosissimi dialoghi, da una certa atmosfera disturbante e pre-apocalittica che pervade l’intera narrazione.

Però l’eccessiva impronta letteraria (il film è tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo) si fa sentire e, secondo me, appesantisce la visione. I continui e stranianti scambi di battute (su tematiche che variano dall’alta finanza al sesso, dal cibo al matrimonio) si susseguono senza soluzione di continuità e questo rende il tutto meno digeribile.

Meno digeribile ma non meno affascinante. Il cinema ipnotico di Cronenberg ti attira verso un mondo fatto di limousine, di città distrutte dalla crisi economica, di storie monotone che si ripetono all’infinito, di desideri estremi. Dimentichiamoci della trilogia con Viggo Mortensen.

Qui siamo tornati all’epoca di Crash e di eXistenZ… sentimenti e sensazioni forti, corpo e mente uniti in un unico sconvolgimento. Se li avete amati o perlomeno apprezzati, questo Cosmopolis vi resterà in testa per un bel po’.