ReceMix #7

Ok, proviamo a riprendere in mano le redini di questo blog lasciato a se stesso per troppo tempo.

E cosa meglio di una recemix può ridargli vita nel migliore dei modi? ^_^

Ecco quindi alcuni fra gli ultimi film visti più o meno recentemente dal quiscrivente:

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Berberian 7

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  • Momo e no tegami (Una lettera per Momo), ossia l’attesissimo ritorno dietro la macchina da presa (si fa per dire, essendo un film d’animazione) di Okiura Hiroyuki, l’autore del bellissimo Jin Roh. Qui si cambia decisamente atmosfera. Le guerre, le distruzioni, le visioni del mondo apocalittiche e senza speranze sono sostituite da temi e personaggi più consoni alle produzioni dello studio ghibli che non a quelle della Production I.G.: una ragazzina, tormentata dall’ultimo ricordo di suo padre (prematuramente scomparso), con cui aveva litigato, va a vivere con sua mamma in campagna e si trova a dover interagire con tre inquietanti ma buffi personaggi che sembrano usciti (e non è un caso) da un’enciclopedia di mostri giapponesi. Vincitore del Platinum Grand Prize al FFF 2012, Momo e no tegami è un film avventuroso, commovente, profondo, che ricorda Miyazaki senza per questo diventarne un semplice epigono. Particolarmente riusciti alcuni movimenti di macchina e certe inquadrature dal look cinematografico che denotano una elevatissima cura per i dettagli. Bello!
  • Berberian Sound Studio, di Peter Strickland. Devo ancora capire se mi è piaciuto oppure no. I pregi sono sicuramente tanti, a partire dall’idea che sta alla base della sceneggiatura (un timido tecnico del suono inglese, durante gli anni ’70, viene ingaggiato da una troupe italiana che sta realizzando un horror venendo a contatto con un mondo completamente diverso da quello che si aspettava e sempre più “malato”). Toby Jones, il protagonista, è perfetto; la colonna sonora è decisamente interessante e compie egregiamente il suo lavoro (inquieta ed ipnotizza). Però il film sembra girare su se stesso e alla fine si ha la spiacevole impressione di aver assistito ad un saggio di cinema (anche ben fatto) piuttosto che ad un film in grado di raccontare una storia e portarla a termine con coraggio. Tutto molto interessante (forse un pochino lento e ripetitivo, ma ci sta) però mi aspettavo di meglio.
  • I Professionisti, di Richard Brooks. Brooks è uno di quei registi, ingiustamente dimenticati, che hanno fatto grande il cinema “made in Usa”. Capace di passare con grande disinvoltura da drammi come “La gatta sul tetto che scotta” a film poliziesco/carcerari come “A Sangue Freddo“, a western d’autore come questo “I Professionisti“, Richard Brooks è riuscito a mantenere sempre uno stile classico ma riconoscibile e una padronanza tecnica invidiabile. Qui sa gestire al meglio un gruppetto di attori non da poco come Burt Lancaster, Lee Marvin, Robert Ryan, Woody Strode, Jack Palance e Claudia Cardinale riuscendo a confezionare un film di grande impatto visivo nonostante una storia già sentita (una variante di molti altri western di quegli anni) seppur sceneggiata in modo inoppugnabile dallo stesso Brooks. E’ passato in Tv e non me lo sono lasciato sfuggire.
  • Woody, di Robert B.Weide. Divertente e interessante documentario sulla vita e i film di Woody Allen, con interviste allo stesso Allen (imperdibile la sua versione cartacea del “cut & paste” o vederlo quando si aggira sui set mentre gli attori provano la scena), a Diane Keaton, a Mira Sorvino (ma c’è ancora?!), a Sean Penn, ai produttori e manager che lo hanno accompagnato finora. Molto parziale, come è ovvio che sia vista la longevità artistica e la mole produttiva di Allen, ma forse proprio per questo decisamente fruibile consentendo allo spettatore una visione divertita e leggera anche quando si trattano temi decisamente scabrosi come quello del rapporto fra Allen-Mia Farrow-Soon Yi. Un bel ritratto di Woody Allen, realizzato con cura e amore verso il protagonista, che alla fine della visione ti viene voglia di guardare uno dei suoi tanti capolavori (perché, come ammette lui stesso, è più probabile che si riesca tirar fuori un buon film se se ne fanno molti, piuttosto di aspettare invano l’unico capolavoro che forse non arriva mai).
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