#I ragazzi della 56ª strada

600full-the-outsiders-posterCoppola, dopo l’epopea de Il Padrino e il travagliato parto del capolavoro Apocalipse Now, decide di prendersi un periodo di “pausa” portando sullo schermo due opere letterarie di S. E. Hinton. Si tratta di “The Outsiders” (I ragazzi della 56ª strada) e “Rumble Fish” (Rusty il selvaggio), datati entrambi 1983.

Parliamo del primo film di questo dittico sulla gioventù ribelle degli anni 60.
Difficile trovare un film che contiene nel cast così tante future star del cinema: da Matt Dillon a Patrick Swayze, da Tom Cruise a Ralph Macchio, da Rob Lowe a Diane Lane. E poi c’è il protagonista, il narratore, un giovane C. Thomas Howell reduce da E.T. di Spielberg e che negli anni successivi non riuscirà quasi mai più a tornare protagonista, se si esclude il bel thriller on the road “The Hitcher”.

Coppola non è solo bravo nella direzione degli attori, tutti assolutamente credibili e perfettamente in parte (basta guardare QUI e QUI per vedere la meticolosità delle audizioni per trovare i giusti interpreti), ma anche nel ricreare un’ambientazione e un’atmosfera allo stesso tempo realistica (le risse fra band rivali hanno il colore del sangue, i rapporti umani sono talmente tesi che si possono tagliare con un coltello) e sognante (un mix di ingenuità adolescenziale e speranza in un futuro migliore).

L’edizione “director’s cut” migliora di parecchio l’originale inserendo scene tutt’altro che secondarie, una su tutte quella in cui Rob Lowe si sfoga con i “fratelli” Patrick Swayze e C. Thomas Howell, esplicitando i suoi sentimenti e rendendo così più unito il loro poco convenzionale nucleo famigliare.

Colonna sonora di Carmine Coppola (papà di Francis Ford) e canzone originale di Stevie Wonder (la struggente “Stay Gold”). Da recuperare!

Annunci

Christine

L’altra sera Rai Movie ha riproposto “Christine, la macchina infernale” di John Carpenter. Dopo parecchi anni mi sono quindi messo alla visione di questo piccolo horror-movie tanto bistrattato all’epoca e fra i meno amati di Carpenter.

Tratto dall’omonimo romanzo di King, Christine è invecchiato molto bene e trasmette, senza fare mai sfoggio di scene splatter (che ci potevano anche stare, vista la trama), quella insana atmosfera tipica del cinema carpenteriano migliore.

Certo, dopo averci regalato capolavori come Fuga da New York e La Cosa, si capisce perché questo Christine sia considerato un passo indietro nella filmografia del regista. Ma non per questo è un film da dimenticare. Tutt’altro.

La storia ci riporta più o meno ai luoghi (anche se sono apparentemente ambientati in Stati diversi) e all’epoca di Halloween, tanto che a volte ti viene voglia di guardarti in giro e vedere se a peggiorare la situazione dei protagonisti arriva pure Michael Myers.

Arnie Cunningham, intelligente ma bruttino e sfigato, decide per la prima volta nella sua vita di smettere di fare il bravo ragazzo e di acquistare di getto e senza pensarci la sua prima macchina. Non può certo sapere che questa sua “prima volta” sarà anche l’ultima. Christine, questo il nome della Plymouth Fury del ’58, non è un’autovettura qualsiasi. E’ posseduta da entità malefiche che sconvolgeranno la vita di Arnie e dei suoi amici.  Finale sospeso e ironico, marchio di fabbrica di quasi tutto il cinema carpenteriano.

Fra le scene più riuscite, sicuramente da menzionare l’auto-riparazione di Christine, dopo l’incursione selvaggia dei teppistelli compagni di scuola di Arnie, che l’ha semi-distrutta. Un saggio di cinema allo stato puro: OK, SHOW ME

cine_memories #2

Ci sono film che ti restano dentro. A questa categoria appartengono quei film, quella manciata di pellicole che si possono vantare di essere le prime che uno ha la fortuna o sfortuna di vedere. Da piccolo, tranne Biancaneve e i sette nani (visto al cinema… ma non nel ’38 eh!), i primi film in vhs che ricordo di aver visto appartengono ad un genere che, seppur interessante, non è mai stato il mio preferito in assoluto. Però è stato il primo che ho associato alla parola “cinema” e quindi un po’ ci sono affezionato: parlo della fantascienza.

Ricordo bene quando, ancora ragazzino, vidi e rividi 3 film noleggiati da una piccola videoteca poco lontano da casa: E.T. l’extraterrestre di SpielbergRitorno al Futuro di Zemeckis e The Philadelphia Experiment di  (veloce capatina su wikipedia…) tale Stewart Raffill.

I primi due, ok, li conosciamo tutti e sono due ottimi film, capisaldi della cinematografia anni ’80 e uniti fra loro dal nume tutelare di Steven Spielberg. Ma il terzo? Chi l’ha mai più sentito nominare? Ok, vada per il regista… ma, e gli attori protagonisti chi erano? Michael Paré e Nancy Allen. Alzi la mano chi se li ricorda. Non proprio due sconosciuti ma di certo due meteore… il primo ha avuto il culmine di successo (si fa per dire) con Strade di Fuoco di Walter Hill e la seconda con la partecipazione ad alcuni film del suo ex-marito Brian De Palma (fra cui Blow Out).

Il film in realtà non era poi così male. Qualche spunto carino l’aveva (il tema dello sfasamento spazio-temporale è sempre affascinante e funziona anche se la regia non è di prim’ordine) e una certa atmosfera riusciva pure a crearla. Fra le altre cose, uno dei produttori era niente di meno che John Carpenter e chissà cosa sarebbe diventato se a dirigerlo fosse stato lui!

Ma così non fu e la pellicola rimase modesta. Nei miei ricordi, però, fa parte di un trio d’eccezione e a guadagnarne è solo e soltanto il film di (com’è che si chiamava? ah sì…) Raffill.

The Outsiders

Uno dei film di cui più sento la mancanza in versione dvd italiana è I ragazzi della 56° strada. Ha un valore più che altro affettivo. Probabilmente il Coppola di quegli anni (primi anni ’80) aveva sfornato titoli ben migliori, fra Rusty il selvaggio e Cotton Club.

Però questa storia di amicizia e povertà, il giovane cast pieno zeppo di future star (da Matt Dillon a Tom Cruise, da Rob Lowe a Diane Lane, da Ralph Macchio a Patrick Swayze…), la commovente “Stay Gold” di Stevie Wonder, mi hanno sempre colpito molto.

In America una vecchia e scarna edizione in dvd è stata sostituita da un’edizione coi fiocchi. Qui stiamo ancora aspettando… Nel frattempo ho letto (su Vanity Fair) un articolo di Rob Lowe che ripercorre (in prima persona, come fosse tornato indietro di quasi 30 anni) i giorni frenetici delle audizioni per il casting.

E neanche a dirlo… San Youtube ci viene in aiuto pure in questo caso ^_^

cine_memories #1

Un cinefilo vive essenzialmente di ricordi. Con questa nuova piccola rubrica, cercherò di condividere con voi qualche “memories” legata a qualche momento particolare del mio personale percorso nel favoloso mondo dei film ^_^

Comincio con il cinema di Hong Kong (uno dei miei primi amori cinematografici, ne parlavo qualche tempo fa nel blog di Tomobiki) e con i primi tre film che ho visto e di cui mi sono immediatamente e perdutamente innamorato. Sono stati loro, molti anni fa, a scatenare in me questa passione che mi porta ancora oggi a parlare e discutere di film & affini (nonché a gestire il blog che state leggendo).

A BETTER TOMORROW di John Woo (1986)


Il primo film di John Woo che ho visto e che ha sconvolto (prima) e ampliato (dopo) la mia percezione dell’action-movie moderno. Abituato ai blockbuster americani tipici degli anni ’80 (Stallone, Schwarzenegger, Chuck Norris, Bruce Willis…) tutto esplosioni e ironia spiccia, guardando A Better Tomorrow venivo a conoscenza di un modo di fare cinema diverso, esagerato sì nell’action pirotecnico (anche più di quello made in Usa) ma “equilibrato” da una pari esagerazione dei sentimenti. L’amicizia, l’amore, il tradimento, il coraggio, il rispetto, il codice d’onore sono tutti elementi che danno sapore (a volte anche molto amaro) al film e che condiscono l’azione più spettacolare (all’epoca Hong Kong aveva i coreografi più bravi e gli stuntmen più folli del mondo). Avevo scoperto, insomma, il melodramma abbinato al cinema d’azione. Quello che il critico Rick Baker chiamò heroic-bloodshed. Poi vennero i film più compiuti del maestro hongkonghese, The KillerHard BoiledA Bullet in the Head. Ma tutto nacque da questo piccolo grande film! Il bravissimo (ma fino ad allora poco utilizzato al cinema) Chow Yun-fat divenne l’icona del genere nonché l’attore feticcio di John Woo.

HONG KONG EXPRESS di Wong Kar-wai (1994)


Uno stile unico, quello di Wong Kar-wai, al servizio di un film girato per le strade di Hong Kong. Due episodi (in origine dovevano essere tre, ma il terzo non venne girato e diventò l’anno successivo un film a sé stante, Angeli Perduti) che hanno rivoluzionato il cinema d’autore. Prendendo spunto un po’ dai maestri francesi della Nouvelle Vague e un po’ dall’esperienza fatta a fianco del suo “maestro” Patrick Tam, Wong porta sullo schermo piccole storie di vita quotidiana legate l’una con l’altra da un sottile filo di congiunzione: entrambi i protagonisti delle due storie narrate (Takeshi Kaneshiro e Tony Leung chiu-wai) sono giovani poliziotti di quartiere. Il primo, dopo essere stato lasciato dalla ragazza, si prende una cotta con una strana donna (Brigitte Lin) che fa affari illegali con la comunità pakistana che vive all’interno delle Chungking Mansion. Il secondo, amante di una hostess sempre in giro per il mondo per lavoro, si ritrova tampinato da una giovane ragazza (interpretata dalla deliziosa Faye Wong) che fa la commessa in un banchetto per le strade di Hong Kong. Fotografia eccezionale di Chris Doyle (divenuta libro di testo per gli appassionati), musiche indimenticabili (la bellissima versione di Dreams dei Cranberries interpretata da Faye Wong se la gioca con California Dreamin’ dei Mamas & Papas, vero e proprio tormentone dell’episodio n°2) ed uno stile registico che ha fatto storia (fra rallenti e movimenti concitati girati con la camera a mano).

STORIA DI FANTASMI CINESI di Ching Siu-tung (1987)


Una vera e propria esperienza visiva questa opera del regista-coreografo Ching Siu-tung, nonché uno dei primi film hongkonghesi giunti in Italia grazie allo sdoganamento della Mostra del cinema di Venezia. Un caleidoscopio di emozioni, di paesaggi ancestrali, di comicità anche grezza mista a momenti di delicata poesia, di scene di combattimento furiose che vanno ben al di là delle consuete leggi di gravità: insomma, un film di HK duro e puro! Che non fa sconti a nessuno ma che può rivelarsi, a chi lo guarda con occhi non velati da pregiudizio, un’esperienza indimenticabile. Così è stato per me. Lo avevo addocchiato in una delle primissime videoteche di Trento, poi l’ho recuperato e visto grazie ai numerosi scambi fra appassionati di questo strano e fantasmagorico universo cinematografico parallelo (all’epoca non c’era ancora internet e ci spedivamo copie di vhs con sottotitoli in inglese che fuoriuscivano spesso e volentieri dai bordi dell’inquadratura lasciando spazio all’immaginazione… e sì, i dinosauri si erano già estinti!). Indimenticabile l’interpretazione del compianto Leslie Cheung, l’eterea bellezza di Joey Wong e lo scatenato rap del prete taoista Wu Ma. Il capostipite di un filone che si andrà a realizzare compiutamente con la saga di Swordsman.