#Passaggio in India

L’ultimo film di David Lean, maestro del cinema britannico, è un’opera strana.
Inizia come un viaggio di formazione e conoscenza di una cultura altra, prosegue come una critica (a volte tragicomica) al colonialismo britannico, per poi trasformarsi in una specie di “discesa verso gli inferi” del protagonista indiano scatenata da un episodio alquanto misterioso e volutamente non del tutto chiarito.

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Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese E.M. Forster, Passaggio in India è un originale commistione di cinema classico (centinaia di comparse, paesaggi esotici, colonna sonora epica) e di introspezione psicologica con elementi quasi sovrannaturali (la mente va immediatamente al capolavoro di Peter Weir “Picnic at Hanging Rock”).

Una incomprensibile fretta di chiudere il cerchio (nonostante le quasi 3 ore di durata) e alcuni personaggi troppo poco approfonditi (è un peccato vedere Alec Guinness sprecato in un ruolo che non gli si addice particolarmente) non lo rendono un capolavoro, forse.

Detto questo, certi dialoghi, certe scene (l’incontro notturno fra il dottore e Mrs.Moore, il premio Oscar Peggy Ashcroft, l’incauto viaggio in bicicletta di Judy Davis, il “picnic” alle grotte) e soprattutto quell’inconsueta atmosfera fatta di esotismo, sensualità e mistero, rimangono impressi nella mente degli spettatori parecchi giorni dopo la visione.

Colonna sonora di Maurice Jarre premiata con l’Oscar.

 

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#Enemy

L’ultimo film di  Denis Villeneuve si presenta con una veste intrigante e misteriosa, che pare uscita direttamente da un thriller psicologico dei ’70 (non vi viene in mente Images di Altman o Don’t Look Now di Roeg?).

Il poster è tanto semplice quanto inquietante. Lo sfondo giallo richiama la fotografia del film (come vedrete dal trailer), mentre il titolo in rosso (shocking?) emerge con forza sull’immagine specchiata del protagonista senza volto.

Un’ottima idea grafica. E a quanto sembra di intuire dal trailer, che sprizza mistero e suspense da ogni fotogramma (per non parlare dell’ottima colonna sonora a cura di Danny Bensi e Saunder Jurriaans), calza perfettamente al film.

Tratto dal romanzo  “L’uomo duplicato”  di  José Saramago.
Potrebbe essere un gioiello.

HYPEhigh                                      POSTER9                                     TRAILER8+

#Aberdeen

Aberdeen

Sulle note di “Rox in the Box” dei The Decemberists, ecco le prime anticipazioni sull’ultima opera di Pang Ho-cheung: ABERDEEN. Cast strepitoso (Louis Koo, Miriam Leung, Eric Tsang… ma è bello rivedere sia Gigi Leung che Ng Man-tat), immagini suggestive e (a quanto pare) sufficienti dosi di follia.

Trovo anche interessante l’idea di mostrare un trailer senza dialoghi, lasciando parlare solo immagini e musica.  Una scelta non convenzionale ma vincente.

Colpisce parecchio anche la fotografia, affidata come per gli ultimi lavori di Pang (da Love in a Puff in poi) a Jason Kwan.

Il poster richiama invece alla mente le fotografie di Romain Jacquet-Lagrèze, con i suoi grattacieli hongkonghesi ripresi dal basso verso l’alto.

Insomma, promette bene.

HYPE: high                                      POSTER: 8                                     TRAILER: 8+

ReceMix #7

Ok, proviamo a riprendere in mano le redini di questo blog lasciato a se stesso per troppo tempo.

E cosa meglio di una recemix può ridargli vita nel migliore dei modi? ^_^

Ecco quindi alcuni fra gli ultimi film visti più o meno recentemente dal quiscrivente:

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Berberian 7

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  • Momo e no tegami (Una lettera per Momo), ossia l’attesissimo ritorno dietro la macchina da presa (si fa per dire, essendo un film d’animazione) di Okiura Hiroyuki, l’autore del bellissimo Jin Roh. Qui si cambia decisamente atmosfera. Le guerre, le distruzioni, le visioni del mondo apocalittiche e senza speranze sono sostituite da temi e personaggi più consoni alle produzioni dello studio ghibli che non a quelle della Production I.G.: una ragazzina, tormentata dall’ultimo ricordo di suo padre (prematuramente scomparso), con cui aveva litigato, va a vivere con sua mamma in campagna e si trova a dover interagire con tre inquietanti ma buffi personaggi che sembrano usciti (e non è un caso) da un’enciclopedia di mostri giapponesi. Vincitore del Platinum Grand Prize al FFF 2012, Momo e no tegami è un film avventuroso, commovente, profondo, che ricorda Miyazaki senza per questo diventarne un semplice epigono. Particolarmente riusciti alcuni movimenti di macchina e certe inquadrature dal look cinematografico che denotano una elevatissima cura per i dettagli. Bello!
  • Berberian Sound Studio, di Peter Strickland. Devo ancora capire se mi è piaciuto oppure no. I pregi sono sicuramente tanti, a partire dall’idea che sta alla base della sceneggiatura (un timido tecnico del suono inglese, durante gli anni ’70, viene ingaggiato da una troupe italiana che sta realizzando un horror venendo a contatto con un mondo completamente diverso da quello che si aspettava e sempre più “malato”). Toby Jones, il protagonista, è perfetto; la colonna sonora è decisamente interessante e compie egregiamente il suo lavoro (inquieta ed ipnotizza). Però il film sembra girare su se stesso e alla fine si ha la spiacevole impressione di aver assistito ad un saggio di cinema (anche ben fatto) piuttosto che ad un film in grado di raccontare una storia e portarla a termine con coraggio. Tutto molto interessante (forse un pochino lento e ripetitivo, ma ci sta) però mi aspettavo di meglio.
  • I Professionisti, di Richard Brooks. Brooks è uno di quei registi, ingiustamente dimenticati, che hanno fatto grande il cinema “made in Usa”. Capace di passare con grande disinvoltura da drammi come “La gatta sul tetto che scotta” a film poliziesco/carcerari come “A Sangue Freddo“, a western d’autore come questo “I Professionisti“, Richard Brooks è riuscito a mantenere sempre uno stile classico ma riconoscibile e una padronanza tecnica invidiabile. Qui sa gestire al meglio un gruppetto di attori non da poco come Burt Lancaster, Lee Marvin, Robert Ryan, Woody Strode, Jack Palance e Claudia Cardinale riuscendo a confezionare un film di grande impatto visivo nonostante una storia già sentita (una variante di molti altri western di quegli anni) seppur sceneggiata in modo inoppugnabile dallo stesso Brooks. E’ passato in Tv e non me lo sono lasciato sfuggire.
  • Woody, di Robert B.Weide. Divertente e interessante documentario sulla vita e i film di Woody Allen, con interviste allo stesso Allen (imperdibile la sua versione cartacea del “cut & paste” o vederlo quando si aggira sui set mentre gli attori provano la scena), a Diane Keaton, a Mira Sorvino (ma c’è ancora?!), a Sean Penn, ai produttori e manager che lo hanno accompagnato finora. Molto parziale, come è ovvio che sia vista la longevità artistica e la mole produttiva di Allen, ma forse proprio per questo decisamente fruibile consentendo allo spettatore una visione divertita e leggera anche quando si trattano temi decisamente scabrosi come quello del rapporto fra Allen-Mia Farrow-Soon Yi. Un bel ritratto di Woody Allen, realizzato con cura e amore verso il protagonista, che alla fine della visione ti viene voglia di guardare uno dei suoi tanti capolavori (perché, come ammette lui stesso, è più probabile che si riesca tirar fuori un buon film se se ne fanno molti, piuttosto di aspettare invano l’unico capolavoro che forse non arriva mai).

Criterion collection

Criterion Collection per gli appassonati di cinema è, da molti anni, sinonimo di qualità, passione e cura dei dettagli. La Criterion non è altro che un’azienda americana che si occupa di ri-editare in dvd (ora anche in blu-ray) film che hanno lasciato un segno nella Storia del Cinema. All’opera fin dalla metà degli anni ‘8o, quando si occupava di riversare i film su supporto Laser Disc (il primo è stato Blade Runner!), la Criterion cura ogni dettaglio della lavorazione: dagli aspetti tecnici (formato originale, qualità audio e video) fino alle cover dvd dei film presentati.

Ed è proprio su questo aspetto, apparentemente frivolo, che vorrei soffermarmi. Le cover, cioè le copertine dei dvd.

Ancor prima di “toccare con mano” il film e di saggiarne le qualità tecniche, ciò che colpisce è l’abito. Prendendo spunto dalla locandina originale, il team grafico della Criterion realizza veri e propri capolavori che invogliano ogni appassionato (che dentro di sé è spesso anche un collezionista piuttosto esigente) ad avere l’oggetto del desiderio… o perlomeno a farci un pensierino!

Ecco qualche significativo esempio:

su_L’amore che resta

Banalmente viene subito da pensare ad una versione riveduta e corretta di un film di Hal Ashby (Harold & Maude?) o ad una riproposizione meno lacrimosa e più frizzante di Love Story o di qualche melodramma giapponese con annesse malattie e tragedie.

In realtà sì, l’ultimo film di Gus Van Sant è anche questo. Ma ciò che ci regala è molto di più. Riverniciando con lo stile indie a lui più congeniale un’atmosfera che ci fa sembrare di essere tornati negli anni ’70, L’amore che resta (Restless, in originale) colpisce innanzitutto per l’originalità dell’intreccio (tre ragazzi, ognuno in modo differente alle prese con la morte e con le conseguenze della stessa su coloro che ci vogliono bene), per il tema non certo facile trattato con una leggerezza che non è mai oltraggiosa, per il feeling che traspare fin da subito fra i due protagonisti (la bella e brava Mia Wasikowska e Henry Hopper, degno figlio del mai dimenticato Dennis).

Proprio loro due, perfetti, che sembrano usciti alternativamente da un film francese anni ’30 e da una commedia di Stanley Donen o di George Roy Hill, sono il fulcro della storia e della partecipazione emotiva che riescono a scaturire le loro azioni. Il dolore è sempre mitigato da una risata, da un sorriso, da uno sguardo timido o impacciato. Il ritmo stralunato e scanzonato (notevole l’idea di introdurre un personaggio atipico come Hiroshi) toglie la zavorra che altrimenti appesantirebbe la narrazione e ci trasporta con una certa dose di spensieratezza verso un finale che già conoscevamo ed aspettavamo fin dall’inizio.

Colonna sonora azzeccata come non mai, composta nella sua parte originale dal grande Danny Elfman, e in quella non originale da alcuni brani che riecheggiano in pieno il “mood” del film (“My Love” di Sia, “The Fairest of the seasons” di Nico). E soprattutto questa qui: