su_The Lightning Tree

Ore 13.15, lunedì 2 maggio 2011.

All’uscita dal Teatro Giovanni da Udine, dopo aver visto lo spassosissimo Chicken and Duck Talk, io e la “moglie del cinefilo” guardiamo il programma nella speranza di avere un po’ più di tempo da dedicare alla pausa pranzo: il film successivo inizia alle 14.15. Ciò significa che bisogna mettersi in coda entro e non oltre le 13.45.

E’ quindi necessario prendere velocemente una decisione:

  • saltare il film del primo pomeriggio. mangiare con calma e digerire sostando beatamente sulle sdraio adiacenti il teatro
  • buttare giù un toast alla bell’e meglio e mettersi in fila per guardare un film giapponese in costume, definito sul catalogo “una versione samurai di Romeo & Giulietta” della simpatica durata di 133 minuti

I nostri fedeli accompagnatori non hanno alcun dubbio: ci abbandonano al nostro destino, puntando al film successivo (la commedia Cyrano Agency, con inizio alle 16.45). Io guardo il nome del regista e mi fermo un attimo a pensare: Hiroki Ryuichi… ho già sentito questo nome… è l’autore di Vibrator e di It’s only talk… non ho mai visto questi film ma ne ho sentito molto parlare… e mi ricordo i trailer e le sensazioni che solo da quei pochi minuti mi avevano colpito…

Ok. Proviamo. Al massimo, se dopo mezz’ora il film ancora non ingrana e si fa spazio lo sbadiglio incontrollato, nessuno ci obbliga a rimanere.
Mai decisione fu più saggia.

Sono bastati i primi 5 minuti per capire di essere di fronte a un esempio di cinema con la C maiuscola.

Due ragazzi corrono in mezzo ad una foresta e giungono sulla riva di un ruscello di montagna. Sono eccitati ma anche preoccupati, visto che la zona è off limits a causa di una diceria che racconta che un “tengu” (demone, spirito maligno) abita proprio lì e non vuole visitatori. Ad un certo punto, qualcosa si muove fra gli alberi. Una presenza sfuggevole ma concreta che li osserva e che scocca una freccia di avvertimento. In men che non si dica questa “presenza” si mostra alle spalle di uno dei ragazzi, con arco e frecce pronte a colpire. E questa volta a bersaglio. I due corrono via urlando e il “demone” può mostrare a noi, spettatori virtuali, le sue vere sembianze: una ragazza (Yu Aoi) che vive con il padre in mezzo al bosco e a contatto con la natura, il cui unico obiettivo è quello di vietare l’accesso alla cosiddetta “civiltà” per non profanare la bellezza di un mondo che sta per scomparire.

The Lightning Tree è un capolavoro.

Se dovessi descriverlo in poche parole lo definirei una versione live e un po’ melodrammatica de “La principessa Mononoke” di Miyazaki.

Un jidaigeki (il primo della sua carriera e uno dei primi girati nei pressi di Okinawa) dal sapore moderno, attento tanto alla cura dei dettagli storici quanto alla caratterizzazione dei personaggi, capace di far esplodere l’emozione grazie ad un uso finalmente sapiente della macchina cinematografica. Hiroki racconta una storia universale e lo fa con una leggerezza registica d’altri tempi. Mai un tempo morto, mai una scivolata di cattivo gusto, mai un’inquadratura non degna di ciò che si è visto prima o si vedrà poi. E come co-protagonista una natura, selvaggia ma amica, che la protagonista Yu conosce e mostra a quello che si scoprirà essere il futuro signore feudale.

Hiroki ha un talento immenso, sa raccontare per immagini (e che immagini, la fotografia lascia stupefatti) ma sa anche come dirigere gli attori e come far tirare fuori da ogni singolo personaggio la sua vera essenza: un plauso speciale a Yu Aoi, lontana anni luce dalla ragazzina eterea e sbarazzina di Honey & Clover, capace di sviluppare il proprio ruolo in un miracoloso equilibrio fra la sua indole istintiva e selvaggia e la convenzione sociale che la porta a trovare un punto di contatto con il mondo civile. A fare da tramite a questo passaggio che, badate bene, non succederà mai, un sentimento. L’unico sentimento in grado di unire anche gli opposti.

Altro elemento a favore del film è la colonna sonora, che alterna musiche e suoni tradizionali ad altri più moderni, il tutto senza alcuna soluzione di continuità. La scelta accurata dei brani e il loro mixaggio aumenta esponenzialmente il pathos delle scene più emozionanti che raggiungono apici davvero difficilmente raggiungibili.

Da menzionare almeno: l’incontro/scontro fra Yu e il nobile Narimichi (interpretato da Masaki Okada), in mezzo ad un prato immenso; la rivelazione che il padre di Yu fa alla figlia e la successiva scena dell’incendio in mezzo al bosco; le urla al cielo dei due ragazzi, che sfogano così la loro rabbia e frustazione; il matsuri del fuoco, con i personaggi mascherati che danzano nella notte… e potrei andare avanti così ancora per un bel po’.

Vederlo su grande schermo è stata un’esperienza. Rivederlo, spero, sarà una conferma.

E voi, che aspettate a recuperarlo? 🙂

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MyFavMovies_i Viaggiosi

Ok, non è un genere. Diciamo che si tratta di una categoria di film capace di inglobare molti generi, una categoria che vanta titoli di tutto rispetto e che, il più delle volte, si basa su una semplice e sacrosanta regola: la parte più importante di un viaggio non è la meta, bensì il viaggio stesso.

C’è inoltre da dire che la “tematica del viaggio” è sempre stata molto amata dal cinema, sfruttatissima in ogni occasione e declinata in numerose versioni e varianti. Citerò qui alcuni film a cui sono particolarmente affezionato ma ce ne sarebbero molti altri da menzionare: The Tracker, Central do Brasil, Due per la strada (già inserito nella lista degli “Amorosi“), per non parlare di moltissimi western (ultimo dei quali proprio “Il Grinta” dei fratelli Coen).

L’ESTATE DI KIKUJIRO: uno dei Kitano che preferisco, poetico ma mai sdolcinato, assurdo quanto basta, giapponese nell’essenza ma appetibile anche ad un pubblico straniero (molti altri film del “nostro” non lo sono per nulla). Beat Takeshi lascia (momentaneamente) il mondo della yakuza per dedicarsi ad un rapporto tanto bizzarro quanto imprevedibilmente intenso. L’incredibile mix di gag comiche, vita quotidiana, incontri assurdi, pochi dialoghi e situazioni che passano dall’imbarazzante al profondamente intenso sembrano cozzare e invece riescono a tenerti incollato allo schermo fino alla fine di questo strano viaggio. “Signore….signore… ma lei come si chiama? Kikujiro, scemo!” Musiche indimenticabili di Hisaishi Joe.

VERSO IL SOLE: l’ultimo film di Cimino (che ormai non torna dietro la mdp da ben 15 anni) è un road-movie con rapimento. Il medico Woody Harrelson viene infatti costretto a fare da taxista ad un giovane navajo malato terminale di cancro appena fuggito dal carcere minorile. Quest’ultimo crede infatti che se bagnato dalle acque di un misterioso lago sulle montagne sacre riuscirà a guarire. Un film denso di emozioni forti, di tensioni e di sentimenti centellinati fino all’esplosione finale. Un percorso spirituale e al contempo un’amicizia nata al di là di ogni contrasto di razza, pensiero o religione. Simpatica comparsata di Anne Bancroft nel ruolo della hippie stagionata che da un passaggio ai nostri col suo furgoncino. Un gran film, verrebbe da dire “di quelli che non ne fanno più”.

KAMIKAZE TAXI: cercando di bypassare l’orrendo poster del film qui a fianco (l’unico trovato in rete, sorry), Kamikaze Taxi è un atipico ganster movie giapponese con viaggio itinerante e mix di culture che si intersecano in un’escalation di eventi che porterà i protagonisti (un taxista nippo-peruviano, interpretato magistralmente da Yakusho Koji, e un giovane ragazzo inseguito dalla yakuza) a cambiare inesorabilmente le sorti della loro vita. Un gioiellino del cinema nipponico poco conosciuto, capace di impennate di violenza ma anche di attimi di serena quotidianità. Il tutto diretto con stile quasi documentaristico da Harada Masato (abituato solitamente a cimentarsi con legal-thriller e film politici).

IL SORPASSO: Capolavoro nostrano firmato Dino Risi, è uno di quei film italiani che guardi e poi dici: cosa abbiamo fatto di male per essere ridotti nel 2011 ad elogiare Checco Zalone o a pubblicizzare l’ennesimo cinepanettone, mentre cinquant’anni fa autori con la A maiuscola giravano film come questi? Il cinema italiano poteva davvero diventare uno dei migliori al mondo. All’epoca lo era veramente. Un Gassman in forma smagliante che giganteggia da par suo, un Trintignant che recita volutamente sotto le righe che funziona da perfetto contraltare all’esuberanza di Gassman, Catherine Spaak e molti altri caratteristi dell’epoca d’oro. Il vero capostipite del film on the road, amato forse più all’estero che non da noi. Un manifesto dell’Italia del boom economico che parte e si sviluppa in maniera del tutto scanzonata e finisce in maniera inaspettatamente tragica. Un filmone da vedere e rivedere.

L’INIZIO DEL CAMMINO: Secondo film dell’ex operatore di ripresa Nicolas Roeg, L’inizio del cammino (Walkabout) è un film atipico, affascinante, morboso. Dopo la morte del padre, due bambini bianchi si ritrovano a percorrere il deserto australiano per ritornare alla civiltà, guidati in questa impervia camminata da un giovane aborigeno che conosce il territorio. Regia virtuosa, pochi personaggi, pochi dialoghi, montaggio sperimentale come si poteva fare solo negli anni ’70 e un erotismo suadente che traspare dagli occhi e dai gesti dei giovanissimi interpreti (lei è Jenny Agutter, che ritroveremo poi, cresciuta, in Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis). Un viaggio che rappresenta forse meglio di qualunque altro film la crescita da adolescenti a uomini e donne con le proprie pulsioni e le proprie debolezze. Da rivalutare.

THELMA & LOUISE: ci sono affezionato a questo film, forse un po’ retorico e troppo “hollywood style”. Però è girato bene (d’altronde stiamo parlando di Ridley Scott), con due attrici meravigliose e una comparsata che lascerà il segno nell’immaginario femminile di quei primi anni ’90 (sto parlando ovviamente di Brad Pitt). E un finale forse un po’ furbetto ma che non si dimentica facilmente. Ci sono affezionato, dicevo, perché è uno dei primi film che ho visto consapevolmente al cinema (per ben due volte, una con un amico e una con la scuola) e indirettamente è stato uno dei motivi che mi hanno dato il la per conoscere meglio questo incredibile universo parallelo fatto di storie inventate che ci piacciono tanto.

DUEL: road movie atipico (un automobilista si trova a dover fronteggiare un camion che, inspiegabilmente, ce l’ha con lui) ma non per questo meno interessante. Con Duel, tratto da un racconto di Richard Matheson e nato inizialmente per la TV, Steven Spielberg realizza il suo esordio e la sua carriera parte nel migliore dei modi. Tutto giocato su unico personaggio, ben interpretato da Dennis Weaver, il giovane regista riesce a mantenere alta la tensione e a gestire il tempo in maniera impressionante, grazie ad una sceneggiatura creata su misura dallo stesso Matheson. Un thriller dove il cattivo non si vede mai e il buono si vede anche troppo (si sentono anche i suoi pensieri, da lui non ci stacchiamo mai… in un certo senso noi siamo lui e viceversa), un horror in pieno giorno, un mistery giocato tutto su una strada americana. Ed era dai tempi di Intrigo internazionale che non si riusciva ad instillare paura, inquietudine e mistero nel bel mezzo di una solare giornata d’estate.

MyFavMovies_gli Amorosi

E dopo i Thrillerosi… gli Amorosi!

Ok, lo ammetto. Non è propriamente il mio campo. Fin da ragazzo ho sempre apprezzato di più i thriller, i polizieschi, gli horror. Però con l’età che avanza ci si ammorbidisce (si cresce?) e si cominciano ad apprezzare film non necessariamente pregni di adrenalina, ma capaci di toccare altre corde. Ecco quindi che, pur consapevole di addentrarmi in un mondo che non conosco appieno e conscio del fatto di aver dimenticato chissà quanti altri capolavori, vi propino la mia Top 7 (rigorosamente in ordine casuale)… ovvero, i film amorosi che ho amato di più:

In the mood for love (Wong Kar-wai, 2000)
Lento, ipnotico, seducente. E’ uno dei capolavori del regista di Hong Kong, quello che lo ha consacrato definitivamente agli occhi del mondo. Due solitudini (Tony Leung e Maggie Cheung) che si incrociano, si guardano, si sfiorano. Un elegante messinscena composta di dettagli, di situazioni quotidiane ripetute, che innescano nello spettatore un meccanismo che inizialmente ti tiene lontano ma che poi si tramuta in totale complicità. Colonna sonora evocativa e ammaliante, come anche la fotografia (ad opera di Chris Doyle e Lee Ping Bin).

L’età dell’innocenza (Martin Scorsese, 1993)
Uno dei miei Scorsese preferiti nonché quello che avevo maggiormente snobbato negli anni. Poi l’ho visto e mi sono ricreduto. Un vero capolavoro di anima e tecnica, diretto magistralmente e interpretato da una coppia di attori meravigliosi e perfetti (Daniel Day-Lewis e Michelle Pfeiffer) che trasudano sensualità e tormento interiore. Un amore passionale che si scontra con le regole dell’etichetta e delle convenzioni sociali dell’epoca. Fotografia di Michael Ballhaus, montaggio di Thelma Schoonmaker, scenografie di Dante Ferretti, costumi di Gabriella Pescucci. C’è da aggiungere altro?

Love Letter (Iwai Shunji, 1995)
Watanabe Hiroko è una ragazza che sta ancora soffrendo per la morte del suo fidanzato avvenuta due anni prima. Mentre rovista fra le cose appartenute a lui, scopre il suo vecchio indirizzo e decide di scrivergli una lettera che chiama “lettera per il paradiso”. Quello che di certo non si aspetta è di ricevere una risposta… Giocando inizialmente su territori misteriosi ma poi focalizzando l’attenzione sui rapporti personali e sul binomio presente-passato, Iwai Shunji riesce nel difficile compito di emozionare raccontando una storia come tante, nella quale fanno capolino il destino, l’amicizia, il dolore, la gioia e l’amore. Sia quello vissuto sia quello solo sperato. Indimenticabile Nakayama Miho (interpreta le due protagoniste) e toccante la colonna sonora di Remedios. E un finale che ti lascia senza fiato.

Breve incontro (David Lean, 1945)
Capolavoro del cinema britannico, questa intensa e poetica storia d’amore fra una casalinga (Celia Johnson) e un medico (Trevor Howard) nasce per caso e cresce per mezzo di un susseguirsi di fugaci incontri e di parole appese a un filo. Inizialmente sottovalutato, è stato poi rivalutato con gli anni tanto da essere messo al 2° posto nell’elenco dei migliori cento film britannici di sempre (a cura del British Film Institute). Primo film di successo di David Lean e uno dei pochi ad avere un sapore minimalista (anche nella durata, solo 86 minuti) prima della cavalcata che lo porterà a sfornare alcuni dei migliori kolossal della storia del cinema: Lawrence d’Arabia, Il ponte sul fiume Kwai, il Dottor Zivago.

– Lettera da una sconosciuta (Max Ophuls, 1948)
Secondo film made in Usa del regista tedesco, Lettera da una sconosciuta narra la storia di una passione che non sarà mai ricambiata. La storia di una ragazza, Lisa (interpretata da Joan Fontaine) che trasforma la sua infatuazione per l’elegante ma donnaiolo pianista Stefan (Louis Jourdan) in una ossessione amorosa che consumerà la sua intera vita. Come giustamente viene fatto presente QUI, prendendo ad esempio una delle più belle sequenze del film, “…la sequenza di Lisa e Stefan seduti all’interno di un vagone del trenino del Prater mentre scorrono fondali di cartone, è da antologia e sembra alludere metaforicamente all’artificiosità ed illusorietà del loro stesso rapporto“. Un film sull’amore. Un amore però a senso unico. Un amore dal sapore adolescenziale che, incapace di evolversi, si protrarrà sostanzialmente intatto anche nella vita adulta con inevitabili conseguenze.

One Fine Spring Day (Hur Jin-Ho, 2001)
Un bel giorno d’estate, un ragazzo e una ragazza s’innamorano registrando il suono del vento fra gli alberi. Ma l’ebbrezza di tanta passione nel giro di pochi giorni sparisce, proprio come spazzata via da una folata di vento. Come può un amore scomparire così velocemente? E’ a questa domanda che il coreano Hur Jin-Ho (già regista del delicato e struggente Christmas in August) cerca di dare una risposta. E, incredibilmente, ci riesce. Regia attenta ed essenziale ((la storia è raccontata per mezzo di lenti movimenti di macchina, di piani fissi, della quasi totale mancanza di primi piani), colonna sonora incisiva ma mai invadente, finale  in piano-sequenza da brividi.

Due per la strada (Stanley Donen, 1967)
Scoperto quasi per caso, questo pazzo road-movie in salsa romantica di Stanley Donen (regista di musical, suo ad esempio il classico “Cantando sotto la pioggia”) è contemporaneamente una gioia per gli occhi (il montaggio è tipico degli anni’60, quasi sperimentale, sulla scia di altrepellicole uscite lo stesso anno come Il laureato o Senza un attimo di tregua), un salto indietro nel tempo e una riflessione anche amara di una vita passata insieme, fra ricordi, scherzi, abbandoni e riappacificazioni. E, nonostante tutto, una complicità che non perde mai smalto. Eccezionali sia Audrey Hepburn che Albert Finney. Musiche di Henry Mancini.

MyFavMovies_i Thrillerosi

Le classifiche sono sempre una bella e ghiottosa sfida che tutti i cinefili non vedono l’ora di intraprendere. Ecco quindi che, dopo aver visto la classifica dei film preferiti di Sara Lando nel suo omonimo blog, mi è venuta l’idea di iniziare un ciclo di “my favourite movies” in più puntate.

Iniziamo con la categoria (del tutto inventata) dei Thrillerosi, cioè quella manciata di film dal sapore thriller, anche se non necessariamente rientranti al 100% nel genere (termine che in effetti odio), che mi hanno lasciato dentro qualcosa e che rivedo sempre volentieri scoprendo ogni volta cose nuove.

PREMESSA: ok, chiamatemi “vecchio”, ma i film che da alcuni anni vanno per la maggiore non li sopporto. Tutti quegli slasher-rape-sadistic-thriller (forse più vicini all’horror) come “Saw“, “Hostel“, “Martyrs” e via discorrendo, mi lasciano totalmente indifferente. Perchè (ed è qui che esce probabilmente la mia “vecchitudine”) io sono uno di quei fautori del “è molto meglio non vedere, intuire, lasciar immaginare che mostrare fin dentro i dettagli più macabri e raccapriccianti”.

Detto questo, i thriller che preferisco e che ho inserito in questo breve elenco del tutto incompleto (la memoria con gli anni fa brutti scherzi) non sono comunque all’acqua di rose… tutt’altro.

Il silenzio degli innocenti (Jonathan Demme, 1991)

Visto al cinema (avevo 14 anni e molte scene le ho perse chiudendo gli occhi o nascondendomi fra le dita di una mano) e rimasto impresso nella mente per anni. L’ho poi voluto rivedere con calma, apprezzando di volta in volta la recitazione magnetica dei due protagonisti, la geniale regia di Demme (quei primi piani! i flashback/sogni ad occhi aperti! il falso montaggio alternato!), la colonna sonora che ancora mi dà i brividi. E quell’ultima battuta: “ho un amico per cena”.

Se7en (David Fincher, 1995)

Mi ricorda un capodanno. Film cupo, misterioso, grigio e piovoso. Con un crescendo drammatico che si percepisce lentamente ma inesorabilmente e sfocia nel giustamente famoso finale che non lascia scampo. Brad Pitt, Morgan Freeman e Gwyneth Paltrow in una delle loro migliori performance di sempre. E poi c’è pure Kevin Spacey paurosamente gigione.

I soliti sospetti (Brian Singer, 1995)

1995, anno magico. Oltre a Se7en, ecco spuntare questo capolavoro di mistero e suspence costruito ad incastro con una precisione svizzera. Perfino troppo perfetto forse, ma erano anni che non si ammirava un lavoro di cotanta fattura. Personaggi indimenticabili e perfettamente caratterizzati, storia coinvolgente, regia dinamica e funzionale al racconto, finale da applauso e una figura di moderno boogieman da far rizzare i capelli in testa: “chi è Kaiser Soze?”

Perfect Blue (Satoshi Kon, 1997)

Quando lo vidi per la prima volta, in una brutta versione su vcd, rimasi scioccato. Cioè, non ero preparato ad un film d’animazione in formato thriller psicologico. Mi aspettavo forse un mistery, un noir, ma qui si toccano vette che non pensavo si potessero toccare in animazione. Questa torbida storia di doppia personalità, di invidia, di violenza, di incertezza, giocata sul terreno dell’ambiguità e del sogno nel sogno è resa in maniera spettacolare da Satoshi Kon (prematuramente scomparso l’anno scorso). Una specie di Hitchcock + Lynch. Alcuni hanno detto che il nuovo di Aronofsky (Black Swan) si ispira più o meno consapevolmente a questo film. Vedremo.

Memories of Murder (Bong Joon-Ho, 2003)

Insieme al capolavoro di Demme, questo magnifico ritratto di un Paese (la Corea del Sud), di un giallo irrisolto, di un modo di intendere la legge, è forse il mio preferito in assoluto. Visto in dvd e poi ammirato sul grande schermo al Far East Film di Udine (all’interno di una retrospettiva sui direttori della fotografia), il film di Bong Joon-Ho sfiora lo stato dell’arte nel seguire le vicissitudini di due poliziotti dai metodi diametralmente opposti che si uniscono per raggiungere un solo obiettivo: quello di trovare ed assicurare alla legge il misterioso omicida che sta terrorizzando la campagna coreana. Da una storia vera.