su_Carlito’s way


Spesso e volentieri su Brian De Palma si sono alzate accuse di anacronismo. Lo split-screen (cioè la suddivisione dello schermo in più parti) è sempre stato un suo marchio di fabbrica (Le due sorelle, Blow Out) ma già negli anni ’90 c’era chi se ne lamentava, tacciandolo come un mezzo tecnico obsoleto e poco cinematografico.

L’utilizzo della voce narrante, pur essendo ancora in uso, è un altro di quei mezzi “old style” che richiamano subito certi noir anni ’40. Qui però stiamo parlando di un film del 1993, ambientato verso la metà/fine anni ’70.

Eppure, proprio la voce narrante (i pensieri di Carlito) è uno dei segni identificativi di quello che secondo me è uno dei capolavori degli anni ’90, nonché uno dei miei film preferiti in assoluto: Carlito’s way.

Il virtuosismo tipico di De Palma è tenuto moderatamente a bada da una sceneggiatura (di David Koepp, tratta da due romanzi di Edwin Torres) calibrata alla perfezione, capace di alternare battute fulminanti a silenzi che valgono mille parole.

Il modesto sogno di Carlito Brigante, gangster-spacciatore uscito precocemente di prigione (grazie all’aiuto di un avvocato mezzo invischiato con la malavita) che vuole rifarsi una vita è ostacolato prima di tutto dal mondo che lo circonda e nel quale non si riconosce più.

L’incipit che svela immediatamente le carte in tavolo (e preannuncia il finale) è sì spiazzante ma aiuta ad immergere lo spettatore nella giusta atmosfera: la speranza non è di casa e tutti gli sforzi per tornare a galla sono destinati a finire tragicamente.

Al Pacino, con il suo stile di recitazione secco e nervoso, offre un’interpretazione magistrale. Un ruolo crepuscolare che farà il paio con quello che qualche anno più tardi gli offrirà Michael Mann in Heat – la sfida. Non è da meno tutto il cast, a partire da un irriconoscibile (e dal ruolo decisamente irritante) Sean Penn.

De Palma = scene madri.
Ed infatti anche qui non mancano. Dalla scena del biliardo a quella, pre-finale, dell’inseguimento e sparatoria in stazione (che ricorda non a caso quella di uno dei suoi film precedenti: Gli Intoccabili).

O anche questa, meno adrenalinica, più romantica, ma pur sempre degna di un vero Maestro del cinema:

[poster by Gli Spietati]

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A & B

…ovvero: Woody Allen e Roberto Benigni.

In questi giorni gira la notizia che al prossimo film di Allen (The Wrong Picture, con Jesse Eisenberg, Penelope Cruz e Ellen Page) parteciperà il “nostro” Benigni. Un’accoppiata che, sulla carta, sembrerebbe riservare non poche sorprese. 

Certo, gli ultimi film di Allen non sono quelli graffianti di qualche anno fa e anche il Roberto nazionale ha perso colpi (un certo buonismo senile ha preso il posto dell’irriverenza goliardica tipica del Benigni dei tempi migliori). Insomma, se si fossero incontrati 20 anni fa se ne sarebbero viste delle belle!

Speriamo comunque che questo incontro porti nuova linfa ad entrambi.

Anche perché il Benigni attore è molto più talentuoso del Benigni regista. Per rendere al meglio ha bisogno di qualcuno che lo tenga a freno, che lo indirizzi verso una recitazione esuberante ma funzionale alla scena che in quel preciso momento si sta girando.

Basta vedere le sue collaborazioni con Jim Jarmusch per rendersene conto. Come questa, tratta dall’episodio romano di “Taxisti di notte“:

tecnica_Sguardo in camera

Vi sono convenzioni che ormai sono diventate regole ferree. E solo pochi autori sono in grado di bypassarle con stile ed eleganza narrativa. Una di queste è senza dubbio la regola dello “sguardo in macchina” o “sguardo in camera” (eye contactcamera look). Insomma, quando uno, due o più attori guardano dritto verso la macchina da presa.

[esiste anche un blog, o meglio un tlog, che ne raggruppa decine di questi “sguardi” catturati da scene di film. Lo potete trovare QUI].

Quando tale sguardo sfugge inconsapevolmente  è da considerarsi un grave errore tecnico, capace talvolta di distruggere in un attimo tutta l’atmosfera, il pathos, la suspense creata fino a quel momento. Lo spettatore infatti vede questo “sguardo” e lo traduce come un elemento intruso, uno sbaglio registico, un attimo di smarrimento dell’attore che guarda dove non dovrebbe (cioè verso di noi, semplici osservatori esterni di una storia narrata e non complici dei protagonisti del film).

Quando però tale sguardo rappresenta un preciso dettame stilistico del regista, allora la storia cambia. Alcuni autori lo utilizzano sporadicamente e quasi solo in chiave comica: ci si rivolge direttamente allo spettatore come per avere da lui una conferma, allo stessa maniera di un attore teatrale che si rivolge al pubblico in sala. E’ questo il caso di Woody Allen:

Altri autori, invece, utilizzano lo sguardo in camera come ultima inquadratura del film. Esempio significativo è il finale di Memories of Murder di Bong Joon-Ho. La “rivelazione” che la bambina fa all’ormai ex poliziotto lascia quest’ultimo fortemente turbato e guarda in camera quasi come a cercare in noi spettatori una consolazione o, meglio, una conferma dell’ineluttabilità del caso:

Pochi invece sono i registi in grado di portare all’estremo questo meccanismo e di trasformarlo in una cifra stilistica del loro intero lavoro. Uno di questi è sicuramente Jonathan Demme. L’apoteosi di questo metodo viene raggiunto con Il Silenzio degli innocenti, capolavoro thriller del 1991. In questo film gli sguardi in macchina rappresentano quasi la normalità e aumentano esponenzialmente un senso di partecipazione (e, parallelamente, di inquietudine) agli eventi narrati. Famosi sono gli intensi primi o primissimi piani di Anthony Hopkins e Jodie Foster nei loro molteplici incontri in carcere. Ma Demme utilizza lo stesso metodo anche per dialoghi apparentemente più normali. Ecco un esempio fra Scott Glenn e la stessa Foster, nella scena iniziale in cui alla Foster viene dato l’incarico di andare ad intervistare Hannibal Lecter. Qui gli sguardi sono a filo della macchina da presa, sfociando talvolta in sguardi diretti. E la scelta, apparentemente strana e bizzarra, funziona alla grande!

Body Double

Ora in tv.

Tipico esempio di film anni ’80, questo strano e morboso thriller di Brian De Palma racchiude in sé tutti i pregi e i difetti del caso. Il virtuosismo tecnico diventa stile e si scontra con la verosimiglianza, partorendo scene come queste: