Criterion collection

Criterion Collection per gli appassonati di cinema è, da molti anni, sinonimo di qualità, passione e cura dei dettagli. La Criterion non è altro che un’azienda americana che si occupa di ri-editare in dvd (ora anche in blu-ray) film che hanno lasciato un segno nella Storia del Cinema. All’opera fin dalla metà degli anni ‘8o, quando si occupava di riversare i film su supporto Laser Disc (il primo è stato Blade Runner!), la Criterion cura ogni dettaglio della lavorazione: dagli aspetti tecnici (formato originale, qualità audio e video) fino alle cover dvd dei film presentati.

Ed è proprio su questo aspetto, apparentemente frivolo, che vorrei soffermarmi. Le cover, cioè le copertine dei dvd.

Ancor prima di “toccare con mano” il film e di saggiarne le qualità tecniche, ciò che colpisce è l’abito. Prendendo spunto dalla locandina originale, il team grafico della Criterion realizza veri e propri capolavori che invogliano ogni appassionato (che dentro di sé è spesso anche un collezionista piuttosto esigente) ad avere l’oggetto del desiderio… o perlomeno a farci un pensierino!

Ecco qualche significativo esempio:

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Take Shelter

Riprendo volentieri la segnalazione del blogger WhiteRussian riguardo questo piccolo film decisamente interessante (uscito negli Usa a settembre 2011, mentre qui in Italia si attende ancora una data ufficiale).

Non ho avuto ancora modo di vederlo ma, a leggere le non poche recensioni online, sembra di trovarsi di fronte ad un’opera riuscita… perlomeno nell’intento di colpire la mente dello spettatore. La storia di TAKE SHELTER, dal sapore apocalittico, è presto detta: un operaio che conduce una vita come tante (moglie, figlia, casa e lavoro) inizia ad avere delle visioni, degli incubi ad occhi aperti, su una fantomatica tempesta che si dovrebbe abbattere presto su di loro. Per questo, pur senza contare sull’aiuto di nessuno, inizia a lavorare nel costruire un rifugio per sé stesso e per la propria famiglia. Avrà ragione o solo bisogno di un buon dottore?

Regia: Jeff Nichols
Cast: Michael ShannonJessica ChastainShea WhighamKathy Baker 

The Mask: Billy Crystal

Nuova rubrica legata agli stravolgimenti fisici degli attori… che essi siano dovuti allo strabiliante lavoro di un team di truccatori / makeup-artist , oppure alla capacità (ai limite dell’umano) dello stesso attore/attrice di modificare il proprio corpo ai fini del copione di un film (come De Niro in “Toro Scatenato”, insomma).

Questo qui accanto è BILLY CRYSTAL, a breve conduttore (ancora?!) della serata degli Oscar 2012. Questa versione incartapecorita è tratta da uno dei miei film adolescenziali preferiti, il mitico LA STORIA FANTASTICA (The Princess Bride, Usa 1987).

Ve lo ricordate?

 

su_The Ward – il reparto

  • The Ward (Il reparto) è un film di John Carpenter.
  • John Carpenter è uno dei miei registi preferiti.
  • John Carpenter ha re-inventato l’horror, la fantascienza, il thriller.
  • John Carpenter è l’autore di Halloween, 1997 Fuga da NY, La cosa, Essi Vivono, Il seme della follia, oltre ad una manciata di altri film forse non perfetti ma dal puro impatto cinematografico.
  • John Carpenter non girava un film per il cinema dal 2001 (anno dell’insuccesso “Fantasmi da Marte”).
  • The Ward è un film del 2010/2011.

Tutte queste informazioni mi hanno portato inesorabilmente a nutrire un’attesa a dir poco spasmodica riguardo a quest’ultima opera del Nostro. Ciò nonostante non mi sono fiondato al cinema nel tentativo di vederlo e non mi sono stracciato le vesti nel tentativo di recuperarlo in altro modo. E questo perché non ero purtroppo convinto del progetto.

A 10 anni dall’ultimo film e a quasi 20 dall’ultimo grande film, Carpenter aveva bisogno di un progetto di tutt’altro livello.

The Ward sulla carta, infatti, è l’ennesimo horror d’ambientazione psichiatrico/carceraria pieno zeppo di luoghi comuni, situazioni già viste, personalità multiple, esperimenti deviati, misteri irrisolti, incongruenze, ecc… Insomma, lo script di Michael e Shawn Rasmussen non vince l’Oscar per la sceneggiatura originale. Però ha un pregio. Uno solo. Quello di adattarsi perfettamente allo stile di Carpenter. L’invisibilità (chiamiamola così) della storia permette infatti al regista di giocare tutte le carte del suo mazzo e sono carte molto ben collaudate: regia asciutta ma efficace, perfetto utilizzo del fuori campo (è sempre un genio nel far intuire senza mostrare o nel mostrare quando ci sembra di aver capito), fenomenale lavoro sull’audio. Carpenter è ancora un Maestro nel creare con poche ma calibrate inquadrature un’atmosfera di mistero e sovrannaturale che lascia ancora senza fiato.

Senza contare Amber Heard che, oltre a non essere niente male (!), se la cava egregiamente (le sue “colleghe” un po’ meno, tranne Mamie Gummer… che non a caso è la figlia di Meryl Streep!).

Nonostante le ingenuità, quindi, un film che si lascia vedere e che gli amanti del regista di Distretto 13 e The Fog possono decisamente apprezzare. Stendo invece un velo pietoso sull’ultima inquadratura (da vero filmaccio di serie C). Se la potevano risparmiare. Oppure sostituirla con un finale sospeso alla “Prince of Darkness”… ma forse era davvero chiedere troppo!

CineVolti #3

Volto simbolo di un intero universo cinematografico, quello hongkonghese che fra gli anni 60 (fu anche assistente regista di Chang Cheh per alcuni film) e gli ’80/90, Wu Ma ha lasciato un’impronta indelebile nella recente storia del cinema: indimenticabile attore in una manciata di titoli sensazionali che purtroppo qui in Italia non sono mai arrivati oppure hanno avuto vita estremamente breve. Dopo una lunga pausa dalla metà degli anni ’90 in poi, da qualche anno a questa parte è tornato a farsi notare in recenti produzioni dell’ex colonia inglese (fra cui il recente 14 Blades di Daniel Lee).

Il ruolo più famoso? Senza ombra di dubbio il monaco taoista in A Chinese Ghost Story di Ching Siu-tung (1986).

Nome e Cognome_ Wu Ma (午馬)
28 maggio 1942 (Tianjin, China)
Filmografia essenziale_  Encounters of the Spooky Kind Hong Kong 1941 / Millionaire’s ExpressA Chinese Ghost Story Peking Opera Blues Painted Skin

[photo from hudong.com]

su_L’amore che resta

Banalmente viene subito da pensare ad una versione riveduta e corretta di un film di Hal Ashby (Harold & Maude?) o ad una riproposizione meno lacrimosa e più frizzante di Love Story o di qualche melodramma giapponese con annesse malattie e tragedie.

In realtà sì, l’ultimo film di Gus Van Sant è anche questo. Ma ciò che ci regala è molto di più. Riverniciando con lo stile indie a lui più congeniale un’atmosfera che ci fa sembrare di essere tornati negli anni ’70, L’amore che resta (Restless, in originale) colpisce innanzitutto per l’originalità dell’intreccio (tre ragazzi, ognuno in modo differente alle prese con la morte e con le conseguenze della stessa su coloro che ci vogliono bene), per il tema non certo facile trattato con una leggerezza che non è mai oltraggiosa, per il feeling che traspare fin da subito fra i due protagonisti (la bella e brava Mia Wasikowska e Henry Hopper, degno figlio del mai dimenticato Dennis).

Proprio loro due, perfetti, che sembrano usciti alternativamente da un film francese anni ’30 e da una commedia di Stanley Donen o di George Roy Hill, sono il fulcro della storia e della partecipazione emotiva che riescono a scaturire le loro azioni. Il dolore è sempre mitigato da una risata, da un sorriso, da uno sguardo timido o impacciato. Il ritmo stralunato e scanzonato (notevole l’idea di introdurre un personaggio atipico come Hiroshi) toglie la zavorra che altrimenti appesantirebbe la narrazione e ci trasporta con una certa dose di spensieratezza verso un finale che già conoscevamo ed aspettavamo fin dall’inizio.

Colonna sonora azzeccata come non mai, composta nella sua parte originale dal grande Danny Elfman, e in quella non originale da alcuni brani che riecheggiano in pieno il “mood” del film (“My Love” di Sia, “The Fairest of the seasons” di Nico). E soprattutto questa qui: