su_I Guardiani del Destino

Alla fine sono andato a vederlo. Incuriosito dal trailer (come sempre piuttosto efficace) ma soprattutto dalla recente lettura del racconto da cui il regista ha “molto liberamente” tratto il suo film.

Parlo de “I guardiani del destino” di George Nolfi (esordio alla regia, dopo anni di sceneggiature), ispirato a “The Adjustment Bureau” (Squadra riparazioni, racconto scritto nel 1954) di Philip K.Dick.

Ok, parliamo dei pregi e dei difetti. Fra i pregi metto l’idea (che sulla carta poteva funzionare) di inserire una storia d’amore che nel racconto non c’è. Sì, avete letto bene. Solitamente andrebbe inserito nei difetti tipici del film hollywoodiano piacione, ma qui ci poteva stare. Peccato che, dopo un inizio piuttosto riuscito (l’incontro fra Damon e Blunt nei bagni è un piccolo capolavoro), cominciano i guai. E non solo quelli del protagonista alle prese con cose che non doveva vedere e sapere. Iniziano i guai anche per lo spettatore. Che, dopo pochi minuti, si accorge che i comprimari non sono all’altezza dei protagonisti. Sono caratterizzati male, abbozzati, sono quasi la parodia del ruolo che dovrebbero rappresentare. Cioè, ok non prendersi seriamente. Ma dopo un’ora di inseguimenti più o meno riusciti, di incontri e scontri un po’ troppo casuali, di battute che viaggiano fra il misterioso e l’ingenuo, di situazioni paradossali, di umorismo spiccio e di gerarchie che si accavallano (fino ad arrivare al grande capo, che peraltro non vedremo mai), altro che Dick e fantascienza intelligente. Sembra piuttosto di stare a vedere “Gianni & Pinotto e i guardiani del destino”!

Un’occasione persa, quindi. Ed è un peccato perché alcune cose non sono da buttare. La recitazione dei due protagonisti e la loro alchimia, ad esempio. Ma non basta. E il finale melenso e banale non si può proprio vedere.

Ridateci Dark City! ^_^

 

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A Dangerous Method… il trailer

Ecco, negli ultimi tempi non mi sono aggiornato molto e avevo perso per strada uno dei miei registi preferiti da sempre. Forse l’unico autore che non mi ha mai deluso.
A risollevarmi il morale arriva quindi la visione del trailer dell’ultimo lavoro del maestro canadese, A Dangerous Method.

Cioè, Cronenberg che parla di Freud e Jung! Non so se mi spiego… con Viggo Mortensen, Michael Fassbender e Keira Knigthley.

Vabbè, non mi dilungo oltre… godetevi il trailer:

 

Rece-Mix #3

Ci sono ancora. Appaio solo ogni tanto ma sono vivo. E’ che è un periodo abbastanza incasinato. Passerà.

Due film ri-visti e ri-apprezzati. Ecco qualche commento sparso:

  • LA VITA PRIVATA DI SHERLOCK HOLMES, di Billy Wilder: visto in compagnia di moglie e coppia di amici, questo piccolo capolavoro del Wilder “ultima fase” è sempre un bel vedere. Dialoghi geniali, caratterizzazioni efficaci, regia capace di sfornare alcune scene magistrali (una per tutte, l’esilarante balletto russo con Watson che si ritrova a ballare prima abbracciato alle ballerine e poi con i ballerini… il tutto a causa di una voce infondata sulle sue preferenze sessuali). E un protagonista cinico, misogino e drogato. Come pare sia stato nella realtà. Consigliatissimo a chi desidera passare una serata piacevole ma con intelligenza.
  • LOST IN TRANSLATION, di Sofia Coppola: lo vidi al cinema otto anni fa (!)… e mi piacque. Dopo tanto tempo non cambio idea e continuo a trovarlo un film che ci dice qualcosa su noi stessi e sulle nostre debolezze. Della Coppolina ho visto solo questo e il suo film d’esordio, quindi non mi dilungo nel parlare dell’evoluzione o involuzione che ha avuto col passare del tempo (mi dicono che Somewhere, nonostante i premi, non sia un granché). Però, questa storia di solitudine e amore sussurrato (il finale, intenso e bellissimo mi è sempre rimasto impresso) funziona e il feeling fra il 50enne Bill Murray e la 19enne Scarlett Johansson è palpabile. E tutto intorno una Tokyo (o almeno un paio di quartieri, Shinjuku e Shibuya) notturna e colorata in cui perdersi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poster_Coreani che ridono

     

Una particolarità del cinema coreano sono i poster. In Corea del Sud producono forse alcuni dei migliori poster cinematografici dell’intero pianeta. Una creatività unica che spesso e volentieri supera quella dei colleghi americani.

Fra i poster, mi hanno sempre colpito quelli che potrei definire “facciamo una foto insieme?“. Due o più attori vengono ritratti, spesso sorridenti, nell’atto di guardare in camera (cioè verso di noi) come a mettersi in posa per una foto.

Non importa se il film è un dramma familiare cupo e per niente conciliatorio come A Family, oppure un thriller rurale violento e senza speranza come Memories of Murder. Non importa se ad essere ritratti come amiconi sono in realtà il buono e il cattivo del film. Anzi, meglio così. Più forte è il contrasto tra poster e trama, più funziona il gioco. 

Non male questi coreani.

The Tree of Life e altre visioni…

In effetti, parlare di “visioni” è decisamente corretto quando si cerca di raccontare l’esperienza cinematografica uscita dalla mente di Terrence Malick.

L’ho visto circa una decina di giorni fa e ne parlo solo ora, dopo averlo metabolizzato un po’. Nel frattempo il film ha vinto Cannes. Trovo curioso che su The Tree of Life vi sia stata sostanzialmente una divisione netta (o quasi) fra i critici classici (quelli che scrivono sui giornali o che disquisiscono alla radio) e quelli moderni, che discutono online sui vari forum-portali-blog. I primi a lodare incondizionatamente l’ultima opera del maestro americano, i secondi a ridimensionarne la portata e a mettere in dubbio l’eccezionalità dell’evento.

Indovinate un po’ da che parte sto?

Tecnicamente Malick è un mostro. Al pari di Kubrick, tanto per capirci. Però a mio avviso la scelta stilistica che ha iniziato ad adoperare a partire dal capolavoro (quello sì) “La sottile linea rossa” non si adatta ad ogni situazione, ad ogni storia, ad ogni concetto, con la stessa efficacia. Me n’ero accorto già durante la visione di The New World. Per quanto straordinarie fossero le immagini della natura incontaminata (insieme a Peter Weir e John Boorman, Malick è probabilmente uno dei migliori registi capaci di ritrarre la natura nella sua vera essenza), l’utilizzo eccessivo della voce sussu(na)rrante e di musiche ancestrali a rischio new age, mi avevano lasciato l’amaro in bocca e non ero riuscito ad apprezzare quello che potenzialmente poteva trasformarsi in un gran film ma che alla fine era diventato un polpettone filosofico su Pocahontas.

The Tree of Life, purtroppo, continua su questa strada. E, a tutto questo, aggiunge un ulteriore pericolosissimo ingrediente: la presunzione. Nel senso che esagera, ambisce a raccontare l’irraccontabile, il microcosmo (la vita quotidiana di una famiglia negli anni ’50) in relazione con la nascita dell’universo (!). I ricordi, la memoria, la vita che scorre come un fiume, la nostalgia, la crescita, la vita. Ogni breve attimo di ogni brevissima vita su questo pianeta è riconducibile all’universo, alla natura che ci sovrasta e che ci guida verso il futuro.

Malick ci prova. E qualche volta ci riesce pure. Il film non è da bocciare in toto. Anzi. Ma spesso e volentieri diventa noioso, didascalico, ripetitivo. Come la vita, certo. Però questa similitudine non aiuta il film, tanto meno la sua fruibilità durante la visione.

Per uscire dall’universo ovattato di Malick avevo bisogno di immergermi in un sano b-movie d’autore che risolvesse in maniera spiccia i problemi del mondo. Ecco perché la mia scelta è caduta su Essi Vivono.

Carpenter è stato per molti anni uno dei miei registi preferiti e ancora oggi lo considero un grande. E non può essere altrimenti: chi altro avrebbe realizzato un film così “comunista”, così anarchico, così terribilmente premonitore. E, per giunta, nel pieno degli anni ’80. Attualissimo nelle tematiche, Essi vivono è invecchiato molto bene anche per quanto riguarda la regia. Il suo è uno stile classico, tradizionale (Carpenter predilige campi lunghi, piani sequenza per nulla vertiginosi, interpretazioni asettiche e libere da qualsiasi gigionismo), che funziona ancora oggi con la stessa potenza dell’epoca in cui è uscito.

A questo si aggiungono poi le tipiche musiche carpenteriane che fanno da filo conduttore emozionale per tutta la durata del film e degli effetti speciali a dir poco artigianali ma pienamente efficaci.

Un’opera non priva di numerose ingenuità ma che contemporaneamente diverte e fa riflettere. E io, chiamatemi scemo, fra il cinema “alto” dell’ultimo Malick e quello “basso” del Carpenter anni ’80, preferisco di gran lunga quest’ultimo: povero ma pieno di idee intelligenti e alla portata di (quasi) tutti.

Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura, e la via della grazia.” (tratto da “The Tree of Life”)

Raccomandate l’anima al vostro creatore, sono venuto ad annientarvi. Anche perché ne ho le palle piene.” (tratto da “Essi vivono”)